Parliamo di...

mercoledì 18 ottobre 2017

Ta da ta ta taaaaaa... I'm lovin' "IT"


di Emanuela Andreocci

Abbiamo scomodato il jingle di una nota catena di fastfood per farvi capire, fin dal titolo, quanto il nuovo IT di Andy Muschietti ci sia piaciuto. Riadattare per il grande schermo l'omonimo capolavoro di Stephen King dopo la fortunata mini serie tv del 1990 non era impresa facile, ma il regista è riuscito pienamente nell'intento, donandoci un Pennywise (Bill Skarsgård) ancor più spaventoso, in  quanto più crudo e "fisico", del clown magnificamente interpretato all'epoca da Tim Curry e diventato poi cult.

La storia, ovviamente, è sempre la stessa, anche se l'ambientazione è passata dagli anni '50 del libro agli '80 nel film: la cittadina di Derry, nel Maine, ogni 27 anni viene scossa dalla scomparsa e dalla morte di alcuni bambini per mano di un essere, IT per l'appunto, che incarna le paure più oscure e profonde delle sue prede per poi cibarsene. Sette ragazzini, "il club dei perdenti", amici un po' per scelta e un po' per caso, accomunati dalle stesse difficoltà sociali, a scuola e/o in casa, e dalle stessa paure, uniranno le loro forze per porre fine al regno del terrore del clown.

Bill, il leader del gruppo - per quanto un gruppo del genere possa avere un leader - è il più motivato a stanare ed eliminare IT in quanto il clown ha fatto scomparire ("galleggiare") il suo fratellino George, adescandolo da dentro un tombino mentre inseguiva la sua barchetta di carta. La scena prima del fattaccio è un topos del genere, ma in questo caso serve solo a preparare lo spettatore a ciò che succederà dopo: il bambino scende in cantina e parla - fastidiosamente! - da solo per esorcizzare la paura del buio e dei mostri che vi avrebbe potuto trovare, prende ciò che cercava e torna, apparentemente salvo, dal fratello...

Fanno parte dei Perdenti Richie, il miglior amico di Bill dalla battuta sempre pronta (sua, tra l'altro, l'epica: "Adesso mi tocca uccidere questo clown di merda!"); Beverly, l'unica ragazza del gruppo, coraggiosa e inconsapevole di quanto la sua semplice presenza possa turbare gli amici prepubescenti; Eddie, l'ipocondriaco, con una piccola farmacia sempre a portata di mano nascosta nel marsupio; Stanley, lo scettico alle prese con la preparazione per il suo Bar Mitzvah; Ben, il più intelligente, cicciottello ed immediatamente simpatico; Mike, un afroamericano che rischia di subire quotidianamente i pregiudizi razziali.

Di questo nuovo, coinvolgente IT colpisce subito un aspetto: è realmente un film horror sotto tutti i punti di vista, grazie anche all'uso di effetti speciali non eccessivamente invadenti che, però, contribuiscono notevolmente a rendere IT più presente e pericoloso. Nonostante lo spettatore conosca già la storia, segue con ansia e apprensione le vicende dei ragazzi, si domanda a cosa siano dovute le sparizioni dei bambini, soffre e si preoccupa insieme ai giovani protagonisti, si fa carico delle loro paure e - può succedere! - salta sulla poltrona per uno spavento improvviso. Un IT molto più crudo, che rende tangibili e concrete le paure dei ragazzi e che agisce divorando le prede con una bocca raccapricciante che da semplice ghigno si trasforma in un letale strumento di morte, una morsa bestiale costellata da denti aguzzi pronti a colpire inesorabilmente. 
Gli si può forse rimproverare, rispetto al romanzo da cui è tratto, ed in parte rispetto anche alla miniserie, la scelta di concentrare tutto nel presente della storia, andando così ad annullare l'importante presenza dei flashback e dei ricordi degli ex ragazzini che, da grandi, si ritrovano per finire quello che avevano iniziato da piccoli. In questo caso, quindi, non vediamo i protagonisti cresciuti, ma la vicenda si svolge interamente nell'hinc et nunc, togliendo sicuramente un po' di valore alla rivelazione delle singole visioni e paure: nel film il confronto tra i ragazzi arriva subito, mentre nel libro veniva rivelato tutto a piccoli step, con dolorose rievocazioni e flashback importanti per la caratterizzazione dei singoli personaggi. Aspettiamo di vedere il secondo capitolo per capire come verrà affrontata l'età adulta.
IT, nelle nostre sale dal 19 ottobre, è un film che colpisce nel profondo e, inconsciamente, smuove le paure più nascoste e/o dimenticate dello spettatore. 

Certo è che non guarderete più i tombini ed i palloncini rossi con gli stessi occhi, figuriamoci i clown!


giovedì 23 marzo 2017

"Life: Non oltrepassare il limite" - ansia spaziale nel riuscito thriller/horror di Espinosa

di Emanuela Andreocci

Un viaggio verso i confini più profondi dello spazio, della sete di conoscenza e della vita nel suo senso più ampio: Life: Non Oltrepassare il limite, il nuovo film di Daniel Espinosa nei nostri cinema dal 23 marzo, è un crescendo di emozioni e paure, scandito dall’evoluzione di una nuova vita che da sorprendente si trasforma in terrificante.

L’equipaggio di una stazione spaziale internazionale, composto da Jake Gyllenhaal, Rebecca Ferguson, Ryan Reynolds, Hiroyuki Sanada, Ariyon Bakare e Olga Dihovichnaya, è in procinto di fare una delle scoperte più importanti della storia, raccogliendo la prima prova dell’esistenza della vita su Marte. Quello che però dovrebbe essere il loro grande giorno, si trasforma presto in un incubo claustrofobico nel quale sembra non esserci via di scampo: la creatura presa in esame, Calvin, cresce a vista d’occhio ed è molto più aggressiva di quanto potessero immaginare…

Un aggancio ben riuscito, il primo campione disponibile, la consapevolezza di star facendo qualcosa di unico e irripetibile sono le emozioni che contraddistinguono l’equipaggio nell’incipit del film: ognuno ha il suo ruolo ben definito, ognuno ha la sua parte, in questa storia e nella Storia nella sua accezione più ampia. Quando però l’idillio finisce, cominciano i problemi, che montano in un climax di ansia e paura giostrato magistralmente, a livello di scrittura e di trasposizione filmica. Non c’è un attimo di riposo, lo spettatore non ha scampo, si sente bloccato in una stazione spaziale ricostruita con estrema attenzione e dovizia di particolari, fluttua all’interno degli ambienti insieme all’equipaggio (merito anche di alcuni riusciti piani sequenza) e segue le vicende dal vivo, in prima linea. La tensione corre sul filo e cresce insieme a Calvin, che da piccolo e simpatico esserino primordiale diventa un alieno a tutti gli effetti. E la macchina da presa, un po’ per seguire i suoi movimenti, un po’ per orientarci/disorientarci, si sposta e gioca con i lati e le altezze: destra/sinistra, basso/alto. E gioca anche, ovviamente, con i grandi interrogativi: fin dove si può spingere l’uomo? Quanto è disposto a rischiare per la sua sete di conoscenza? Qual è il limite prima di farsi prendere dal delirio di onnipotenza?  

Gli interpreti di Life: non oltrepassare il limite sono tutti credibili nei propri ruoli. Ognuno, ovviamente, si trova nello spazio per un motivo, e nello spazio ha trovato in qualche modo la sua dimensione, soprattutto il personaggio di Gyllenhaal, che proprio non sopporta tutti quei miliardi di persone che popolano il mondo. E lo spettatore ringrazia che ci sia lo spazio che dà aria e respiro alla visione e regala sempre immagini altamente impattanti. Emozione a non finire, dunque, con scene che lasciano indubbiamente il segno, nel bene o nel male (allo spettatore l’ardua sentenza): se Calvin si impegna, è in grado di provocare una grande sofferenza, morale e fisica, e la regia non ce ne risparmia nessuna, anzi ci si sofferma e la esamina in tutte le sue forme, con fare cinico e feticistico.
Nonostante lo spettatore ipotizzi lo svolgersi della trama (tradizione vuole che gli eroi pensino alla loro sopravvivenza solo dopo aver garantito il bene dell’umanità intera), Life: non oltrepassare il limite è un thriller/horror adrenalinico, che tiene lo spettatore sul filo del rasoio fino alla fine.

A voi scoprire l’esito dell’esperimento portato avanti nella pellicola, a noi affermare che quello compiuto dal regista e da tutto il suo cast, tecnico e artistico, è perfettamente riuscito.  

PS. In questo caso non si consigliano popcorn, ma una bella tazza di camomilla a fine spettacolo.

mercoledì 22 marzo 2017

“Slam – Tutto per una ragazza”: Molaioli adatta Hornby

di Silvia Sottile

Presentato in anteprima al Torino Film Festival, Slam – Tutto per una ragazza è l’adattamento cinematografico  dell’omonimo romanzo di Nick Hornby, con l’ambientazione spostata da Londra a Roma. Si tratta della terza regia cinematografica per Andrea Molaioli che col suo film d’esordio, La ragazza del lago (2007), ha conquistato ben 10 David di Donatello (record della rassegna).

Samuele (Ludovico Tersigni) – Sam per gli amici – è un ragazzo di 16 anni con la passione per lo skateboard e per Tony Hawk (noto skateboarder californiano, presente nella pellicola nel ruolo di se stesso – solo  voce) per cui ha addirittura una vera e propria venerazione. Sam vive con la giovane madre (Jasmine Trinca), appena trentaduenne, e capita che la accompagni a feste di amici nella Roma “bene”. In una di queste occasioni Sam conosce la “pariolina” Alice (Barbara Ramella) e tra i due ragazzi esplode l’amore. A quell’età è molto semplice innamorarsi, lasciarsi andare alla passione e mettersi nei guai: Alice rimane incinta e vuole tenere il bambino, dunque per Sam non c’è modo di sfuggire alla "maledizione" della sua famiglia di diventare genitori a 16 anni.

Poco dopo Piuma di Roan Johnson, ecco Slam – Tutto per una ragazza che affronta esattamente lo stesso tema, quello delle gravidanze indesiderate in età adolescenziale. Problematica forse attuale ma affrontata in Slam in maniera troppo leggera, edulcorata  e poco ancorata alla realtà, difetto ancor più grave visto che si rivolge proprio ad un pubblico di giovanissimi. Ad incrementare quest’impressione fantasiosa, quasi favolistica, ci sono anche degli stranianti salti temporali (costituiti da sogni che potremmo definire dei flashforward) che hanno inoltre lo svantaggio di spezzare il già precario equilibrio del racconto e una sceneggiatura dal ritmo discontinuo. 

Il problema principale della pellicola è tuttavia costituito proprio dal tentativo di inserire una realtà tipicamente anglosassone (i genitori adolescenti, la passione ossessiva per lo skateboard e per Tony Hawk), in una realtà, quella italiana, fortemente diversa e quasi estranea a queste situazioni. Nel passaggio da Londra a Roma, dunque, Slam perde aderenza alla realtà e di conseguenza credibilità.
Nulla da eccepire sulle interpretazioni attoriali. I due giovani protagonisti (Tersigni e la Ramella) fanno il possibile, anche se emerge l’inesperienza; Jasmine Trinca risulta credibile e riesce ad elevare la qualità della pellicola; ma il migliore in assoluto è Luca Marinelli: meno male che c’è lui a salvare Slam dalla noia con le sue brevi apparizioni nel ruolo del padre di Sam! Il marcato accento romano richiama inevitabilmente il suo personaggio dello Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot  (che gli è valso il David di Donatello come miglior attore non protagonista) e il copione gli regala le battute più divertenti di tutta la pellicola.

Slam – Tutto per una ragazza sarà nelle nostre sale dal 23 marzo.

“Non è un paese per giovani”: ritratto di una generazione

di Silvia Sottile

Parte da uno spunto profondamente reale Non è un paese per giovani di Giovanni Veronesi, che traccia un amaro ritratto delle nuove generazioni costrette a lasciare l’Italia, paese senza futuro, per trovare un lavoro, inseguire e realizzare i propri sogni e provare a costruire qualcosa. L’idea nasce da una trasmissione radiofonica condotta dallo stesso Veronesi in cui i giovani italiani all’estero si sono raccontati parlando delle loro esperienze e di come, nonostante la forte nostalgia per l’Italia, fosse completamente esclusa la possibilità di rientrare in patria, data l’inesistenza di opportunità.
Oltre 100.000 ragazzi italiani lasciano ogni anno il bel paese trovando all’estero migliori realtà lavorative e spesso anche il riconoscimento dei propri meriti e del proprio valore, riuscendo a svolgere – retribuiti – il lavoro dei propri sogni o almeno inerente ai propri studi. Una chimera per noi. Detto questo, spiace constatare come ad un interessante spunto di partenza, almeno sulla carta, non corrisponda una realizzazione cinematografica all’altezza.

Sandro (Filippo Scicchitano) è un ventenne gentile e insicuro che sogna di diventare scrittore. Luciano (Giovanni Anzaldo) è invece coraggioso e brillante ma con un misterioso lato oscuro. Lavorano entrambi come camerieri e sull’onda di un’euforica incoscienza decidono di lasciare l’Italia che non offre loro alcuna prospettiva e partire per Cuba col progetto di aprire un ristorante italiano fornito di wi-fi (ancora raro sull’isola) grazie alle nuove ma limitate concessioni governative. Lì incontreranno Nora (Sara Serraiocco), una ragazza sopravvissuta ad un aneurisma, che cambierà le loro vite. La bellezza e la violenza di Cuba porteranno Luciano a perdere ogni punto di riferimento, mentre Sandro invece troverà se stesso e scoprirà il motivo per cui ha deciso di seguirlo fino a lì.

Come dicevamo, il tema è quanto mai attuale. Non è un paese per giovani fotografa la reale e amara situazione di un’intera generazione che in patria si vede crollare il mondo sotto ai piedi ma non ha voglia di arrendersi né di rinunciare alla propria dignità e ai propri sogni e si trova costretta a inseguirli all’estero.
Il film però non riesce a inquadrare il messaggio che vuole trasmettere, inficiato da una sceneggiatura imbarazzante che parte in un modo per prendere poi una direzione completamente diversa rispetto alle premesse iniziali. La trama nell’insieme non risulta credibile e soprattutto sa di già visto, il ritmo è troppo discontinuo anche a causa di un montaggio non convincente e gli stessi personaggi sono sviluppati male, tanto da sembrare incoerenti. Un’altra nota dolente è costituita dai continui cambi di registro che dissociano ulteriormente lo spettatore: momenti tipicamente da commedia alternati senza soluzione di continuità a vicende fortemente drammatiche che colpiscono (o hanno colpito in passato) i protagonisti.

Anzaldo, Scicchitano e la Serraiocco sono bravi attori italiani emergenti eppure faticano parecchio ad esprimere il loro talento in questa pellicola, mentre svettano i comprimari: Sergio Rubini (Cesare, il padre di Sandro) e soprattutto Nino Frassica (nel breve ruolo di un messinese che vive a Cuba da trent’anni) dotato, come sempre, di una comicità brillante.

Non è un paese per giovani, al cinema dal 23 marzo, vanta almeno una meravigliosa colonna sonora che porta la firma dei Negramaro. Inoltre le splendide spiagge cubane tolgono il fiato e fanno venire voglia di mare. Ma è davvero troppo poco. 

mercoledì 8 marzo 2017

“Il diritto di contare”: la storia delle matematiche afroamericane della NASA

di Silvia Sottile

Candidato a tre premi Oscar (miglior film, migliore sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista Octavia Spencer), Il diritto di contare (Hidden Figures) di Theodore Melfi è basato sull’omonimo libro di Margot Lee Shetterly (edito in Italia da Harper Collins) e racconta la storia vera di tre brillanti donne di colore che volevano cambiare le loro vite e invece hanno cambiato la Storia, rendendo possibile la conquista dello Spazio.

La geniale matematica afroamericana Katherine Johnson (Taraji P. Henson) lavora alla NASA insieme alle colleghe Dorothy Vaughan (il premio Oscar Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monàe). In quanto “donne” e “nere” sono relegate in una sorta di scantinato. Eppure grazie alla loro caparbietà, al loro coraggio e soprattutto alle loro elevate qualità professionali, riusciranno a cambiare le cose infrangendo il muro del sessismo e del razzismo che all’epoca (siamo negli anni ’60, nel pieno del segregazionismo) in America erano all’ordine del giorno.  n particolare, grazie ai calcoli matematici della Johnson, la NASA riuscirà a mandare il primo astronauta americano nello spazio: John Glenn (interpretato da Glen Powell). 

Segnaliamo nel ricco cast (tra l’altro fresco vincitore del SAG per il miglior cast d’insieme) anche l’inossidabile Kevin  Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons e Mahershala Ali (premio Oscar come miglior attore non protagonista per Moonlight).

Il regista, indubbiamente grazie al buon materiale di partenza,  si mette completamente al servizio della storia, utilizzando al meglio l’ottimo cast a sua disposizione. Sebbene la delicata questione razziale sia un aspetto centrale della pellicola, il tono che si mantiene è quello della commedia, sottolineando principalmente il valore di queste donne geniali e decisamente in gamba, il coraggio con cui lottano per i loro diritti ed i passi in avanti che riescono a fare nel mondo lavorativo e sociale. Entriamo anche nella loro vita privata, assistendo in particolare allo sbocciare della storia d’amore che coinvolge la protagonista e al forte rapporto di amicizia e supporto reciproco che lega le tre colleghe.

Melfi riesce persino ad evitare uno dei rischi insiti in questo tipo di pellicole, ovvero  un eccesso di retorica patriottica. Il diritto di contare è dunque costruito in maniera impeccabile, molto classica e lineare, come un film d’altri tempi. È una pellicola deliziosa, in grado di trasmettere emozioni positive. Ha infine il merito di far conoscere un’importante pagina della storia americana e far riflettere su quanto ancora ci sia da fare al giorno d’oggi per il riconoscimento dei diritti negati.
Perfetto l’accompagnamento musicale: la colonna sonora vede infatti un’interessante collaborazione tra il premio Oscar Hans Zimmer e il cantautore e musicista Pharrell Williams.

Nelle nostre sale dall’8 marzo.

“Questione di Karma”: l'inedita coppia comica De Luigi/Germano

di Silvia Sottile

Dopo il successo di pubblico e critica ottenuto con Se Dio vuole (di cui a breve ci sarà un remake americano), suo film d’esordio alla regia, Edoardo Falcone ci riprova, con lo stesso garbo e la stessa comicità pulita. Questione di Karma è una divertente e riuscita commedia che vede protagonisti Fabio De Luigi ed Elio Germano, un’inedita coppia comica incredibilmente ben assortita ed esilarante.

Giacomo (Fabio De Luigi) è lo stravagante e ingenuo erede di una dinastia di industriali. La sua vita è segnata dal suicidio del padre quando era molto piccolo. Invece di occuparsi dell’azienda di famiglia, si dedica alle sue tante passioni, tra cui l’esoterismo che lo porta ad incontrare un eccentrico studioso francese, il professor Stern (Philippe Leroy). Il luminare gli rivela il nome dell’uomo in cui si è reincarnato suo padre, tale Mario Pitagora (Elio Germano), un simpatico cialtrone truffaldino, pieno di debiti e interessato solo ai soldi. Questo incontro apparentemente assurdo tra Giacomo e Mario, cambierà la vita di entrambi.

La forza comica dei film di Falcone passa principalmente per la scrittura. Invece di far scaturire l’ilarità da gag estemporanee, il regista e co-sceneggiatore (in coppia con Marco Martani) preferisce impostare una comicità che nasce dalle situazioni che si vengono a creare e dall’interazione tra i personaggi. Ha anche l’intelligenza (o la fortuna) di trovare interpreti apparentemente incompatibili che invece si rivelano brillanti e complementari.

Alla stregua di Gassmann e Giallini di Se Dio Vuole (divenuti ormai un’affiatata coppia della commedia italiana), anche Elio Germano e Fabio De Luigi instaurano una brillante alchimia sullo schermo che consente a Questione di Karma di scorrere in maniera frizzante e gradevole per tutta la sua durata. I due attori sono molto bravi nel costruire i propri personaggi in sottrazione, senza strafare, e il risultato ripaga lo sforzo. Emerge però una netta differenza che riguarda le capacità recitative dei due protagonisti: Germano è indubbiamente su un altro pianeta rispetto a De Luigi, che si difende bene, come può, ma non possiede la stessa varietà espressiva del compagno di set. Il cast di contorno dà un buon contributo: Stefania Sandrelli è la madre di Giacomo, risposata con Fabrizio (Eros Pagni), mentre Isabella Ragonese è la sorella; Daniela Virgilio ha il ruolo della moglie di Mario, invece Massimo De Lorenzo interpreta il suo vicino di casa.

Certo, si tratta indubbiamente di una commedia leggera, dalla trama esile e non impegnativa, ma ciò che la distingue dai tanti prodotti apparentemente simili nell’attuale panorama cinematografico italiano è l’accuratezza con cui è stata realizzata. È lo stesso cast a renderci partecipi in sede di conferenza stampa della particolare attenzione ad ogni dettaglio – al limite del maniacale – propria del regista, ma emerge nitidamente già dalla visione  della pellicola come il lavoro di tutto il comparto tecnico sia stato ineccepibile: dalle musiche di Michele Braga, alla fotografia di Maurizio Calvesi, passando per montaggio, scenografia e costumi.

Questione di Karma, al cinema dal 9 marzo, è un film godibile che si lascia guardare con piacere. Una pellicola garbata, ben fatta, ben scritta e ben interpretata. Anche se, bisogna dirlo, non raggiunge il livello di Se Dio vuole

domenica 5 marzo 2017

“Rosso Istanbul”: ritorno in Turchia per Ozpetek

di Silvia Sottile

A vent’anni di distanza dal suo esordio con Hamam – Il bagno turco e 16 anni dopo Harem Suare, Ferzan Ozpetek torna a girare un film in Turchia, in un momento storico in cui il suo paese sta subendo continui e difficili mutamenti. Rosso Istanbul è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico, dedicato alla madre, scritto dallo stesso Ozpetek e pubblicato nel 2013 da Mondadori.
La pellicola è interamente ambientata ad Istanbul e interpretata da attori turchi. Orhan Sahin (Halit Ergenç) torna a Istanbul dopo 20 anni di assenza volontaria per aiutare, in veste di editor, il suo amico Deniz Soysal (Nejat Isler), famoso regista cinematografico, a completare la stesura del suo primo romanzo. Ma Deniz scompare e Orhan resta intrappolato in una città che risveglia in lui dolorosi ricordi, ritrovandosi sempre più coinvolto nei legami con i familiari e gli amici più intimi di Deniz, tutti protagonisti del suo libro. In particolare Orhan è affascinato da Neval (Tuba Büyüküstün) e Yusuf (Mehmet Günsür), ovvero la donna e l’uomo a cui Deniz è più legato. Orhan si ritrova quindi quasi prigioniero nella vita di un altro, ma finirà per indagare soprattutto su se stesso, riscoprendo emozioni e sentimenti che lentamente tornano a galla. Nel cast anche l’immancabile Serra Yilmaz, attrice simbolo di Ozpetek.

Rosso Istanbul è un film intimo e suggestivo, fatto soprattutto di sguardi intensi e primi piani. Non è un caso infatti la scelta della locandina, in cui si focalizza l’attenzione esclusivamente sugli occhi degli protagonisti.  Il racconto, profondamente intimistico, lascia aperti molti interrogativi, eppure resta dentro. Forse proprio perché dà modo allo spettatore di riflettere sulla storia e anche su se stesso.

C’è molto del regista in questo film (come ci ha confermato lo stesso Ozpetek in conferenza stampa): il rapporto con sua madre, tanti ricordi della sua infanzia, ma anche il ritratto di una città in costante cambiamento. Istanbul, con i suoi meravigliosi paesaggi (il mare del Bosforo in particolare), è infatti protagonista al pari dei personaggi. I rumori di sottofondo della città fanno da colonna sonora, riuscendo a trasmettere emozioni ancor più che con le parole.  Anche le scenografie sono particolarmente studiate, con l’inserimento del colore rosso – anche solo un piccolo dettaglio – in ogni inquadratura. Dal punto di vista tecnico non c’è nulla da eccepire, grazie a maestranze sia italiane che turche: la splendida fotografia è di Gian Filippo Corticelli, le musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, il montaggio di Patrizio Marone e la scenografia di Deniz Göktürk.

In realtà gli avvenimenti politici di Istanbul sono lasciati a margine, si intuiscono da alcuni sapienti dettagli e ne cogliamo i riflessi attraverso i personaggi: sono tutti come in attesa e si percepisce in maniera nitida una sensazione di sospensione che è propria sia dei protagonisti che, in senso più ampio, della città. Del resto questa è la visione di Ozpetek. Noi vediamo infatti tutti i personaggi attraverso i suoi occhi e in ognuno di loro, anche in quelli che prendono spunto da persone realmente esistite, c’è un aspetto dell’autore, il suo vissuto, la sua personalità.

Rosso Istanbul, nelle nostre sale dal 2 marzo, è un film che tocca le corde dell’anima, come solo Ozpetek sa fare.

lunedì 27 febbraio 2017

“Beata Ignoranza”: scontro “social” Gassmann – Giallini

di Silvia Sottile

Scritto e diretto da Massimiliano Bruno, giunto al suo quinto film da regista, Beata Ignoranza si inserisce a pieno titolo nel recente filone – aperto da Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese – di pellicole che affrontano il tema delle nuove tecnologie e soprattutto il rapporto spesso malsano e di estrema dipendenza che tendiamo ad instaurare con i social network attraverso pc, tablet e smartphone.

Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassmann), due ex amici che non si frequentano più da oltre vent’anni a causa di una donna (Marianna/Carolina Crescentini), si ritrovano ad insegnare nello stesso liceo con un approccio totalmente diverso e si scontrano aspramente per il loro rapporto col web che, neanche a dirlo, è agli antipodi: Filippo è perennemente connesso ed insegna matematica grazie ad una sua app che risolve automaticamente ogni tipo di calcolo; viceversa Ernesto, docente di italiano, è rigido e tradizionalista, possiede un Nokia del ‘95 e vive totalmente al di fuori della rete. Quando una loro feroce diatriba (avvenuta in classe) finisce online ed ottiene innumerevoli visualizzazioni, vengono raggiunti da Nina (Teresa Romagnoli, al suo debutto cinematografico), una ragazza di 25 anni che fa parte del loro passato. Nina, desiderosa di costruire un rapporto con suo padre (anzi, con i suoi padri), propone ai due uomini di scambiarsi i ruoli per un documentario: Ernesto dovrà connettersi mentre Filippo dovrà uscire dal web.

L’idea di partenza è interessante, anche se non particolarmente originale, ma lo sviluppo della trama soffre di una sceneggiatura imprecisa e poco coerente. Eppure  la pellicola funziona e lo deve quasi esclusivamente  all’affiatata coppia di mattatori: Gassmann e Giallini (già ben collaudati e di recente apprezzati insieme in Se Dio Vuole di Edoardo Falcone).

La prima parte del film risulta molto divertente e frizzante, grazie alle esilaranti gag comiche giocate tutte sullo scontro “tecnologia sì vs tecnologia no” e sul netto contrasto tra i due protagonisti, ottimamente interpretati da Giallini e Gassmann che hanno potuto esprimere al meglio le proprie caratteristiche recitative dando vita a dialoghi brillanti e serrati. La seconda parte purtroppo perde un po’ mordente, si fa più riflessiva e qualche snodo narrativo risulta forzato o troppo prevedibile. Sembra scontata infatti anche la riflessione sui social network così come il finale un po’ melenso. A ravvivare il ritmo ci pensano i simpatici comprimari, interpretati da bravi caratteristi (Emanuela Fanelli, Luca Angeletti, Giuseppe Ragone e Malvina Ruggiano). Nel cast anche Valeria Bilello, Michela Andreozzi e un cameo del regista.

Risulta azzeccata la trovata di abbattere la quarta parete grazie all’escamotage del documentario che consente così ai personaggi di parlare direttamente in camera creando un contatto diretto e immediato con lo spettatore che non faticherà a riconoscersi (o a riconoscere amici e conoscenti) in uno dei due contendenti, per quanto inevitabilmente enfatizzati.

Beata Ignoranza, nelle nostre sale dal 23 febbraio, è una piacevole commedia, magari imperfetta ma decisamente godibile. 

mercoledì 15 febbraio 2017

“Ballerina”: il coraggio di credere sempre nei propri sogni

di Silvia Sottile

Ballerina, diretto da Eric Summer e Eric Warin, è un delizioso film di animazione francese che racconta la storia di Félicie, una piccola orfana della Bretagna che ha un’unica grande passione: la danza. Insieme al suo migliore amico Victor, che sogna di diventare inventore, studia un folle piano per fuggire dall’orfanotrofio in cui vive e raggiungere Parigi per realizzare il suo sogno: diventare la prima ballerina dell’Opera. Félicie per riuscirci dovrà superare i propri limiti e anche tante difficoltà, oltre a dimostrare di crederci veramente. Potrà contare sull’aiuto di Odette e del Maestro Louis Mérante, mentre Camille e soprattutto la crudele Régine faranno di tutto per ostacolarla.

Impostata come una classica storia di formazione, la pellicola si sviluppa seguendo un percorso molto prevedibile, che contempla tutti i tipici punti chiave di ogni fiaba che si rispetti. Eppure è costruita in maniera impeccabile, sia a livello di scrittura che di animazione, riuscendo così facilmente nell’intento di emozionare lo spettatore. Del resto il messaggio che porta non passa mai di moda ed è anzi un bene che venga spesso ricordato ai bambini (e anche ai genitori) da film tutto sommato gradevoli come questo. Per realizzare i propri sogni bisogna dunque crederci con tutti se stessi ed impegnarsi al massimo delle proprie possibilità. E naturalmente non si deve mai smettere mai di sognare!

Ballerina vanta un cast vocale originale di tutto rispetto in cui spicca Elle Fanning nel ruolo della protagonista. Invece nella versione italiana Félicie è doppiata dalla giovane Emanuela Ionica, affiancata da Sabrina Ferilli, Alex Polidori, Francesco Prando, Federico Russo e addirittura l’Etoile Eleonora Abbagnato. Segnaliamo che le coreografie sono curate da Aurélie Dupont, direttrice del Corpo di Ballo dell’Opera di Parigi. La bella e accattivante colonna sonora di Klaus Badelt mescola musiche originali, musica classica e brani pop. La canzone dei titoli di coda è cantata da Francesca Michielin. 

Molto accurata l’animazione, anche nella ricostruzione storica, geografica e scenografica: ad esempio in Bretagna possiamo riconoscere i complessi megalitici preistorici di Dolmen e Menhir tipici della zona di Carnac, mentre a Parigi vediamo una Tour Eiffel ancora in costruzione.

Ballerina, al cinema dal 16 febbraio, è un divertente film d’avventura ma anche una deliziosa e commovente storia di amicizia e affetto, che fa della passione per i propri sogni il filo conduttore. Naturalmente va specificato che si tratta di un prodotto indirizzato principalmente alle bambine.

“Manchester by the Sea”: un intenso e toccante dramma familiare

di Silvia Sottile

Presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2016 e successivamente alla Festa del Cinema di Roma in selezione ufficiale, Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan è un intenso e struggente dramma familiare, sorretto dalla straordinaria interpretazione di Casey Affleck che, dopo aver vinto per questo ruolo Golden Globe e Bafta, punta all’Oscar come miglior attore protagonista.

Dopo l'improvvisa morte del fratello maggiore, Lee Chandler (Affleck), un idraulico di Boston, si vede costretto a tornare nella sua città natale, Manchester by the Sea, dove scopre di essere stato nominato tutore del nipote sedicenne Patrick (Lucas Hedges – candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista). Lee dovrà fare i conti con il suo passato, funestato da una dolorosa tragedia. Da segnalare anche la presenza di Michelle Williams che, nonostante la breve durata delle sue scene, lascia il segno, tanto da meritare la nomination come migliore attrice non protagonista.

Lonergan, autore anche della delicata sceneggiatura (per cui ha appena vinto un Bafta), riesce a costruire un dramma privo di scene madri violentemente urlate, che invece entra lentamente e con dolcezza dentro l’anima, toccando tutte le corde emotive dello spettatore. La tragedia è sussurrata, senza bisogno di alcun artificio per strappare lacrime, e forse proprio per questo l’angoscia in certi momenti è così intensa da star male. Manchester by the Sea, forte di una regia impeccabile e di una scrittura accurata, alterna due piani temporali, il presente e il passato, attraverso flashback che solo intorno alla metà della pellicola lasciano emergere pian piano il dramma che ha devastato l’esistenza di Lee fino a farci comprendere finalmente la portata del dolore che quest’uomo ha dovuto affrontare e che porta ancora dentro di sé. Eppure nei dialoghi e nei silenzi tra zio e nipote c’è spazio non solo per gli scontri ma anche per un’inaspettata e affettuosa  ironia, capace di alleggerire la tensione, evitando così che la tristezza diventi eccessiva.

La lunga durata (135 minuti) non pesa minimamente, del resto ci si affeziona talmente ai personaggi da provare reale empatia per le loro emozioni. Merito indubbiamente delle intense e toccanti interpretazioni di tutti i protagonisti, in particolare, come dicevamo, di Casey Affleck, che dimostra di possedere grandi doti attoriali, un enorme talento drammatico e un’espressività tale da essere in grado di recitare anche solo con gli sguardi o con poche sofferte parole.

I  meravigliosi paesaggi costieri del Massachusetts, ritratti al meglio grazie alla fotografia dai toni desaturati, sono l’ideale per lo svolgersi di un dramma di tale portata, ed entrano nel cuore al pari dei protagonisti. Sembra quasi di passeggiare insieme a loro in riva al mare, in quei luoghi in cui la natura ha realizzato qualcosa di magico.

Manchester by the Sea, al cinema dal 16 febbraio, è un dramma intimo e profondo che tocca anima e cuore. A nostro avviso il miglior film dell’anno. Non è certo un caso che abbia ricevuto 6 candidature agli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. Un capolavoro imperdibile.

giovedì 9 febbraio 2017

“Lego Batman – Il film”: per costruire un eroe serve un lavoro di squadra

di Silvia Sottile

L’idea di animare i mitici mattoncini Lego si era già rivelata vincente nel 2014 con The Lego Movie, diretto da Phil Lord e Christopher Miller. In attesa di un sequel, attualmente previsto per il 2019, Warner e DC hanno deciso di puntare sul personaggio indubbiamente più carismatico ed affascinante, il supereroe di Gotham City. È così che nasce Lego Batman di Chris McKay, divertentissimo spin-off  in cui il giustiziere mascherato diventa protagonista assoluto.

Il Batman dei film Lego è però molto diverso da quello che abbiamo conosciuto nei numerosi film live action precedenti; è tronfio, pieno di sé, un po’ coatto. In appena un’ora e mezza la pellicola riesce a ripercorrere tutto l’immaginario fumettistico e cinematografico in chiave irriverente e parodistica, ma anche a fornire un ritratto intimo del protagonista.

La trama è semplice e ben strutturata. Batman prosegue nel suo compito di difendere in solitaria la città di Gotham City, e anche nella vita privata è un uomo solo, ancora tormentato dal suo passato. Le cose cambiano quando il commissario Gordon va in pensione lasciando il suo posto alla figlia Barbara (futura Batgirl), donna in gamba che non vuole dipendere in tutto e per tutto dall’eroe mascherato e crede nel lavoro di squadra. Nel frattempo entra nella vita di Batman anche il giovane figlio adottivo Dick Grayson (alias Robin), mentre è sempre presente il fedele maggiordomo Alfred, quasi una figura paterna. Intanto il principale nemico di Batman, il Joker, vuole a tutti i costi essere considerato il cattivo numero uno (a sottolineare un rapporto di odio/amore col nostro supereroe) e raduna un gruppo di super cattivi per distruggere Gotham City.  Riuscirà Batman a salvare ancora una volta la città e ad aprirsi all’affetto di famiglia e amici? Il percorso di crescita lo porterà a scoprire che l'unione fa la forza.

Lego Batman si rivolge ad un pubblico molto ampio. Il messaggio finale, che vede il trionfo dell’amicizia e l’importanza della famiglia e degli affetti, è principalmente rivolto ai bambini che si divertiranno tantissimo anche per le innumerevoli scene d’azione, le gag esilaranti, il ritmo frenetico e adrenalinico, una bella colonna sonora onnipresente (le musiche forse sono un tantino martellanti) e le immagini dai colori sgargianti di un meraviglioso mondo animato fatto di mattoncini Lego. Saranno invece gli adulti a gustarsi le numerose citazioni ironiche ed i rimandi ai vecchi film di Batman (da quelli di Tim Burton, a Nolan, al recente Batman V Superman), per non parlare dei fantastici cross over con varie saghe tutte di proprietà Warner e di cui naturalmente esistono set di costruzioni Lego: vedere sullo schermo, insieme a Batman e compagni, anche la Suicide Squad, la Justice League e soprattutto Godzilla, King Kong, Lord Voldemort  (dalla saga di Harry Potter) e addirittura l’occhio di Sauron (Il Signore degli Anelli) è davvero uno spasso. Inoltre non mancano le battute irriverenti nei confronti dei “rivali” Marvel.

Tra i doppiatori originali si segnalano Will Arnett, Rosario Dawson e Ralph Fiennes, mentre in Italia la voce di Batman è quella di Claudio Santamaria, che ha fatto un lavoro straordinario. Del resto ha già doppiato il Batman di Christian Bale, quello di The Lego Movie ed ha anche interpretato un supereroe nostrano in Lo chiamavano Jeeg Robot. Bene anche Alessandro Sperduti nel doppiaggio di Robin, mentre non convince Geppi Cucciari come Barbara Gordon, a causa di un accento sardo volutamente troppo marcato.

Lego Batman – Il film, nelle nostre sale dal 9 febbraio, è una divertente parodia di tutto l’universo Batman. È un film allegro, esilarante, dinamico, decisamente riuscito e adatto a tutta la famiglia. 

mercoledì 1 febbraio 2017

“A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia”: film romantico contro la segregazione razziale

di Silvia Sottile

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, diretto da Amma Asante, è tratto dall’omonimo romanzo di Susan Williams (edito in Italia da Newton Compton), basato sulla storia vera di Seretse Khama, erede al trono del protettorato britannico del Botswana, nell’Africa meridionale.

Il protagonista (David Oyelowo) studia legge a Londra per prepararsi a diventare Re del suo popolo e si innamora, ricambiato, della dattilografa Ruth Williams (Rosamund Pike). I due decidono di sposarsi ma incontrano innumerevoli difficoltà non solo da parte delle rispettive famiglie, ma anche del Governo britannico a causa degli interessi economici che l’Inghilterra ha in Sudafrica, paese in cui sta prendendo piede la drammatica politica dell’apartheid. Siamo infatti nel 1947: Ruth è bianca, Seretse è nero. In un mondo in cui la segregazione razziale è al suo apice, Seretse subisce episodi di razzismo in Inghilterra ma anche Ruth vive inizialmente enormi difficoltà nell’essere accettata in Botswana. I due giovani lottano instancabilmente per difendere il loro amore e superare i pregiudizi, passando anche per l’esilio e l’abdicazione al trono, fino a cambiare la storia e a trasformare il Botswana in una ricca Repubblica democratica in cui bianchi e neri convivono pacificamente. Un esempio a cui negli anni ’60 guardò con speranza anche Nelson Mandela.

La storia di A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia è dunque molto forte e porta con sé un messaggio importante. Eppure la pellicola, purtroppo, ha il sapore di un’occasione mancata. La realizzazione infatti non è all’altezza del contenuto. La prima parte del film sembra una smielata storia d’amore e la seconda, molto più politica, non riesce comunque ad essere incisiva come avrebbe dovuto.

L’impressione è che la regista abbia dato un’impostazione troppo classica da intensa e struggente love story, mentre avrebbe dovuto dare maggior rilievo all’aspetto realmente più importante,  ovvero il messaggio politico contro la segregazione razziale. Sicuramente quest’ultimo punto fondamentale emerge chiaramente dal racconto ma appare tuttavia eccessivamente romanzato. Anche la recitazione soffre dello stesso problema, rivelandosi troppo impostata e sdolcinata, anche se bisogna ammettere che le interpretazioni dei protagonisti risultano fortemente penalizzate da dialoghi melensi e soprattutto da un pessimo doppiaggio italiano da soap opera. I comprimari (tra cui segnaliamo Jack Davenport e Tom Felton, ovvero il Draco Malfoy della saga di Harry Potter) si trovano addirittura costretti in ruoli stereotipati.

Buono il lavoro del comparto tecnico, in particolare vanno elogiati i costumi del premio Oscar Jenny Beavan (Camera con vista, Mad Max: Fury Road) e la fotografia di Sam McCurdy (Il Trono di Spade) che  dà il suo meglio nel rendere gli splendidi paesaggi africani, caldi e assolati, evidenziandone la netta differenza rispetto all’ambientazione londinese dai toni e colori freddi. Le musiche invece non lasciano il segno.

A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia, al cinema dal 2 febbraio, nonostante il tema affrontato, ha perso l’occasione di fare qualcosa di realmente memorabile.


martedì 31 gennaio 2017

“Smetto quando voglio – Masterclass”: la banda dei ricercatori è tornata!

di Silvia Sottile

Dopo il grande ed inaspettato successo di pubblico e critica ottenuto con Smetto quando voglio (2014), suo film d’esordio, il regista Sydney Sibilia tenta un esperimento mai visto in Italia: girare due sequel in contemporanea per dare vita ad una trilogia cinematografica sulla scia dei film americani degli anni ’80, da cui, tra l’altro, trae grande ispirazione.

La banda dei ricercatori è dunque tornata. I nostri geniali laureati, che in mancanza di altre opportunità avevano creato una nuova droga divenendo spacciatori, in Smetto quando voglio – Masterclass  lavorano dalla parte della giustizia. Avevamo lasciato Pietro Zinni (Edoardo Leo) in carcere dopo un patteggiamento. Qui viene contattato dall’ispettore Paola Coletti (Greta Scarano) che gli propone – in  cambio della fedina penale pulita – di rimettere in piedi la banda per contrastare la crescita esponenziale delle smart drugs. Per un compito del genere servono nuove leve e così al neurobiologo (Leo), al chimico (Stefano Fresi), ai latinisti (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), all’archeologo (Paolo Calabresi), all’economista (Libero De Rienzo) e all’antropologo (Pietro Sermonti), si aggiungono l’avvocato esperto in diritto canonico (Rosario Lisma) e due “cervelli in fuga”: l’anatomista (Marco Bonini) e l’ingegnere meccatronico (Giampaolo Morelli). Nel cast anche Valeria Solarino e Luigi Lo Cascio.

Pur venendo fisiologicamente meno l’originalità del primo film (del resto ormai sappiamo di cosa si tratta), Smetto quando voglio – Masterclass è un sequel che ha ancora molto da dire e lo fa reinventandosi  grazie ad una inedita commistione di generi: da una parte la classica commedia all’italiana che prende spunto da una situazione di disagio sociale per poi far ridere in maniera tragicomica, dall’altra l’action movie americano degli anni ’70, ’80 e ’90 (con una predilezione per i poliziotteschi). L’abilità di Sibilia sta proprio nel trovare il giusto mix che rende la pellicola un divertentissimo susseguirsi di scene destinate a diventare cult: dalla corsa per Roma con i sidecar nazisti (ogni riferimento a Indiana Jones non è assolutamente casuale) all’assalto al treno (omaggio a Ritorno al futuro – Parte III) che ha visto coinvolti numerosi stuntman a dimostrazione dell’enorme sforzo produttivo fatto. Parecchie anche le aperte citazioni ad altre riconoscibili pellicole rimaste nel nostro immaginario, tra cui i film della saga di James Bond. Il tutto risulta armoniosamente amalgamato, mantenendo sempre un registro ironico grazie ad una scrittura attenta e precisa e ad un montaggio innovativo. E alla fine viene naturale provare empatia per i protagonisti, degli intellettuali che non riescono a spendere il loro sapere e si sono reiventati. L’importante è tener presente che siamo sempre in un ambito decisamente surreale,  cosa che viene messa in chiaro fin dall’inizio.

Il cast è eccellente, anche se per forza di cose, trattandosi di un film corale, qualche personaggio risulta un po’ sacrificato; dal punto di vista tecnico segnaliamo la fotografia vivida, quasi psichedelica, dai colori sgargianti e la colonna sonora adrenalinica, che dà la carica, realizzata da Michele Braga, reduce dal grande successo di Lo chiamavano Jeeg Robot che gli è valso il David di Donatello.

Smetto quando voglio – Masterclass, nelle nostre sale dal 2 febbraio, è una fresca e frizzante commedia d’azione. Questo secondo capitolo della saga si rivela esilarante almeno quanto il primo e lascia nello spettatore una voglia incredibile di vedere il terzo e ultimo (attualmente in post-produzione) che si  intitolerà Smetto quando voglio – Ad Honorem.

venerdì 20 gennaio 2017

“Arrival”: fantascienza d’autore

di Silvia Sottile

Presentato in concorso alla 73^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Arrival di Denis Villeneuve – basato sul racconto Storia della tua vita di Ted Chiang – è indubbiamente molto più di un semplice film di fantascienza.

Sulla Terra arrivano dodici enormi astronavi aliene, dalla forma simile a un guscio. Mentre il mondo si interroga con crescente allarmismo sulle intenzioni di questi esseri “eptapodi” (in quanto dotati di sette arti), viene affidato all’esperta linguista Louise Banks (Amy Adams) il compito di provare a comunicare con gli alieni proprio per comprendere il motivo della loro presenza. Di questa speciale squadra investigativa fanno parte anche il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner) e il colonnello Weber (il premio Oscar Forest Whitaker) dell’esercito americano. Non ci addentriamo ulteriormente nella trama per evitare qualsiasi rischio di spoiler.

La pellicola parte da un presupposto che non è certo nuovo nel cinema di fantascienza, ma l’abilità di Villeneuve sta nell’andare oltre, creando uno sci-fi intimo e riflessivo, quasi filosofico eppure semplice e immediato nella comprensione, che fa leva sulle emozioni.

Si colgono immediatamente varie contaminazioni cinematografiche provenienti principalmente da Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg e Contact di Zemeckis, ma anche in parte dai più recenti Gravity di Cuaròn e Interstellar di Nolan, input però che sono sapientemente mixati e rielaborati in maniera originale e moderna, del tutto personale e decisamente autoriale. Il risultato è una pellicola che coinvolge e affascina lo spettatore, spingendolo anche a riflettere, a conferma del grande talento del regista canadese.

Dal punto di vista tecnico il lavoro è stato impeccabile, soprattutto a livello visivo, grazie alla fotografia di Bradford Young.

Il cast si mostra all’altezza, ma su tutti svetta la straordinaria e intensa interpretazione di Amy Adams, capace di recitare anche solo con lo sguardo, in cerca di risposte a domande di vitale importanza. I suoi occhi limpidi, colmi di stupore, esprimono al contempo profonda sofferenza e tutto l’amore che un essere umano è in grado di provare. Ci auguriamo che arrivi per lei la sesta nomination agli Oscar a coronare un anno, il 2016, che l’ha vista protagonista anche del bellissimo Animali Notturni  di Tom Ford.

Arrival, al cinema dal 19 gennaio, è uno splendido film di fantascienza che commuove ed emoziona.

venerdì 13 gennaio 2017

“Silence”: Scorsese esplora il rapporto dell’uomo con la fede

di Silvia Sottile

Il regista premio Oscar Martin Scorsese nel corso della sua lunga e gloriosa carriera ha messo spesso al centro delle sue opere argomenti e tematiche di natura fortemente religiosa, come ad esempio nel controverso L’ultima tentazione di Cristo (1988) e in Kundun (1997), ma ne troviamo comunque tracce in gran parte della sua filmografia.
Scorsese ha impiegato quasi trent’anni per realizzare Silence, basato sull’omonimo romanzo dello scrittore giapponese di fede cattolica Shusaku Endo. Con questo film il regista prova ad esplorare il rapporto dell’uomo con la fede ed in particolare esamina il problema spirituale e religioso del silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane.

La storia di questa attesissima pellicola sulla fede e la religione racconta del viaggio (sia fisico che spirituale) che due giovani missionari portoghesi intraprendono per raggiungere il Giappone alla ricerca del loro mentore scomparso, padre Ferreira (Liam Neeson), non credendo alle voci che lo danno convertito al buddismo dopo aver abiurato il cristianesimo. Si tratta di un percorso irto di pericoli e difficoltà perché in quel periodo (XVII secolo) in Giappone era in atto una violentissima inquisizione che sottoponeva a persecuzioni e torture tutti coloro che si professavano cristiani, costringendoli  all’apostasia (ovvero a rinnegare la propria fede) o ad essere condannati ad una morte lenta e dolorosa. Silence segue i due giovani preti gesuiti, padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver), che nel corso della loro ricerca si ritrovano ad esercitare il loro ministero presso gli abitanti di alcuni villaggi giapponesi perseguitati per il loro credo religioso.

Silence è un’opera fortemente intrisa di spiritualità, tanto da farne il suo cuore pulsante. Sicuramente non è un film per tutti, è ostico, rigoroso e molto lungo (quasi tre ore). Oltretutto il ritmo è particolarmente lento, cosa che appesantisce ulteriormente la visione, rendendola difficile e quasi di nicchia. Eppure Silence non lascia certo indifferenti, anzi: è intenso, intimo, profondo; i temi importanti e carichi di interesse emotivo che vengono eviscerati fanno riflettere anche dopo la visione, che lascia aperti molti dubbi e interrogativi che si prestano a letture differenti e diverse interpretazioni anche in base all’animo dello spettatore (e al suo essere credente o meno). Merito naturalmente della sapiente regia di Scorsese che cambia spesso prospettiva, sottolineando non solo l’aspetto intimo della fede ma anche l’utilizzo della religione da parte del potere, con un’accurata analisi di quel particolare periodo storico.

La ricostruzione impeccabile dei villaggi rurali giapponesi del XVII secolo è opera del nostro  straordinario Dante Ferretti, scenografo tre volte premio Oscar, giunto alla nona collaborazione con Scorsese. Perfetta la colonna sonora ad opera dei coniugi Kluge che fa un uso magistrale anche del silenzio; la fotografia di Rodrigo Prieto toglie il fiato e riesce a far emergere la bellezza dei paesaggi. Anche la montatrice Thelma Schoonmaker, vincitrice di tre Oscar, è una storica collaboratrice del regista ma questa volta forse la scelta di un montaggio così poco dinamico non è stata delle più azzeccate. Il cast invece è dei migliori, in particolare il protagonista Andrew Garfield, grazie alla sua intensità e alla sua grande capacità espressiva, regala un ottimo ritratto psicologico di Padre Rodrigues e dimostra di essere maturato dai tempi in cui interpretava Spider-Man. A breve lo vedremo anche in Hacksaw Ridge di Mel Gibson.

Silence, nelle nostre sale dal 12 gennaio, non è un film esente da difetti. Alcune immagini sono molto forti, come quando la camera indugia troppo sulle macabre scene di tortura o addirittura post mortem; il personaggio di Kichijiro (Yosuke Kubozuka) diventa a poco a poco quasi caricaturale tanto da rasentare involontariamente il ridicolo, senza dimenticare la durata eccessiva, il ritmo pesante, alcuni passaggi oscuri e contorti. Eppure questo film regala alcuni momenti di grande cinema, è esteticamente meraviglioso, fa davvero riflettere sul rapporto dell’uomo con la fede e tocca profondamente l’anima.

lunedì 2 gennaio 2017

"Il GGG - Il Grande Gigante Gentile" di Spielberg conquista occhi e cuore

di Emanuela Andreocci

Dall'incontro tra due dei più grandi narratori dell'ultimo secolo - Roald Dahl (1916-1990) e Steven Spielberg - non potevamo che immaginarci un prodotto di alti livelli, infatti Il GGG - Il Grande Gigante Gentile non delude le aspettative, ma conquista fin da subito vista e cuore.

Come Sophie (Ruby Barnhill) osserva tutto con occhi curiosi e attenti, compresa la sua bella casa delle bambole, fantasia di un mondo diverso, e migliore, di quello che lei conosce e vive, così il GGG, guarda all'interno dell'orfanotrofio dove l'intelligente bambina si trova. Si muove furtivo, nell'ombra della notte, in tipiche atmosfere londinesi, ma quando viene visto, può fare un'unica cosa: rapire la ragazzina e portarla nel Paese Dei Giganti. 
Il primo approccio tra i due non è certamente dei migliori, ma non ci vuole molto prima che Sophie capisca non solo che si può fidare dell'omone gentile che parla in modo tanto strano quanto adorabile, ma anche che ha finalmente trovato un amico, un'anima affine con cui condividere le emozioni e, nonostante tutto, parlare la stessa lingua.

La trama è molto semplice, talvolta anche molto lenta nel suo svolgersi, ma tocca punti di profonda sensibilità e di fine humour, la cui punta più alta e divertente è costituita da un irresistibile pranzo con la regina (Penelope Wilton).

La magia del film si può racchiudere in alcune immagini che rimangono impresse nella mente - e di nuovo nel cuore - degli spettatori: il viso dolce e buono del GGG (Spielberg ha scelto Mark Rylance il primo giorno di riprese de Il Ponte delle Spie e l'attore si è ovviamente dimostrato un'eccezionale interprete anche con la performance capture), il suo laboratorio e, soprattutto, il Paese dei Sogni, ma gli spettatori si ricorderanno anche il GGG e il suo buffo mimetizzarsi nella Londra notturna, la corsa a grandi falcate verso il suo paese e gli scontri con i suoi simili.

Nelle storie di Dahl c'è molto humour ma anche un lato oscuro, ed è così che la pellicola affronta il problema del solo e dell'emarginato, temi che, a ben pensarci, non possono non ricordare Hook: la bambina vive in un posto in cui si sente continuamente sola, il gigante in un paese dove i suoi simili sono molto più grossi e cattivi di lui e lo "bullizzano". Dal canto suo il GGG, impassibile, continua a sorridere alla vita e a fare il proprio lavoro: catturare i sogni. E la stessa cosa fa Spielberg: intercetta i desideri dei bambini (e dei grandi), li unisce al romanzo di Dahl (facendosi aiutare dalla sceneggiatrice Melissa Mathison) e li soffia sulla platea, donando sicuramente un caldo sorriso.

In sala dal 30 dicembre 2016.