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martedì 31 dicembre 2013

"Il mistero dell'assassino misterioso" di Lillo e Greg non passa mai di moda!

di Emanuela Andreocci

La comicità ha tante sfaccettature, progredisce ed evolve col passare del tempo, si adatta ai vari momenti storici e li sfrutta a suo favore tirando in ballo avvenimenti che sicuramente divertono perché conosciuti e sperimentati dal pubblico in prima persona. Esiste però anche un altro tipo di intrattenimento, quello che va al di là del contesto socio/culturale/politico in cui si vive e fa ridere lo stesso, in un modo sano e genuino, quasi puro: è questo il caso de Il mistero dell'assassino misterioso in scena al Teatro Olimpico di Roma fino al 19 gennaio 2014. 
La commedia, scritta a quattro mani nel 2000 da Greg con l'aiuto di Lillo, è un esilarante evergreen in cui si prende in giro il teatro, la rappresentazione, la scrittura scenica e gli attori, un misto tra Agatha Christie e Neil Simon (l'autore e interprete del testo in scena tiene a precisare i riferimenti, fosse mai che lo spettatore più distratto non se ne accorgesse...!).
La scena si apre sul salotto di un castello immerso nella campagna londinese dove il detective Mallory (Greg), che indaga sulla misteriosa morte della contessa Worthington, ha riunito i tre sospettati: la figlia Margaret (Vania Della Bidia), il pazzo nipote Henry (Danilo De Santis) e la devota infermiera Greta dal cognome impronunciabile (Dora Romano). Un giallo in piena regola, verrebbe da pensare, se non che un piccolo inconveniente porta sulla scena il bibitaro del teatro (Lillo) che dovrà vestire i panni del giovane marito della defunta. Vista la situazione (anche patrimoniale) il suo personaggio preferisce specificare fin da subito che amore e anagrafe spesso non vanno d'accordo: troppo facile ironizzare sulla differenza d'età per puntare il dito...! 
Per il detective tutto si complica: è quasi impossibile indagare e ricostruire gli avvenimenti con uno dei personaggi che non solo non si ricorda le battute, ma comincia anche a sindacare su quello che è stato scritto. Il bibitaro, infatti, rappresenta il pubblico: incarnando ciò che lo spettatore medio pensa davanti ad una messinscena, suggestiona gli altri attori che, influenzati dal suo parere, iniziano a dubitare della capacità di Mallory, investigatore ma anche autore del testo. Gli equilibri si perdono, ogni personaggio cerca di prevalere sull'altro perché in sala c'è un imprenditore alla ricerca di un protagonista per una fiction televisiva, le maglie si allargano e gli indizi perdono consistenza. Tutto viene inesorabilmente sgretolato dagli interventi di Lillo che trascina attori e spettatori in un vortice di avvenimenti nonsense in cui i ruoli si sfaldano e la metateatralità e la confusione da essa generata prendono il sopravvento; Greg, dal canto suo, forte della sua veste di autore, cerca di contenere la forza distruttrice del bibitaro.  
Il mistero dell'assassino misterioso è una commedia geniale nella sua apparente semplicità.

lunedì 30 dicembre 2013

"American Hustle": non solo apparenza (che inganna), ma anche molta sostanza!


di Emanuela Andreocci

Cinematograficamente parlando, il nuovo anno comincerà con i botti: il 1 gennaio 2014 infatti uscirà nelle sale italiane American Hustle - L'apparenza inganna, l'attesissimo film di David O. Russell. La trepidazione, neanche a dirlo, è dovuta alle forze messe in campo, un mix vincente di regia, sceneggiatura e tanta, tanta interpretazione: i magnifici cinque protagonisti della pellicola sono Christian Bale, Jennifer Lawrence, Amy Adams, Bradley Cooper e Jeremy Renner. I nomi parlano da soli, ma per dovere di cronaca è necessario ricordare che i primi due sono premi Oscar, vinti rispettivamente per le straordinarie interpretazioni di The fighter e Il lato positivo, entrambi di Russell. La posta in gioco e le aspettative al riguardo, inutile dirlo, sono estremamente alte, ma è bene non focalizzarsi troppo su quello che si vorrebbe vedere per non perdere il piacere di quello che il film realmente è ed offre. 
Russell, in quella che può considerarsi la conclusione di una trilogia, continua a indagare l'animo umano partendo da una storia che ha del vero: come la didascalia in apertura ci comunica, alcuni dei fatti narrati sono realmente avvenuti e riguardano lo scandalo Abscam. Lo scaltro truffatore Irving Rosenfeld (Christian Bale) e la sua seducente compagna di vita e "collega" Sydney Prosser (Amy Adams) sono costretti a lavorare per l'agente FBI Richie DiMaso (Bradley Cooper) in un mondo fatto di corruzione e giro di denaro. Tra i politici coinvolti troviamo Carmine Polito (Jeremy Renner), un buono che ha sempre agito per il bene dei suoi cittadini ma che comunque dovrà fare i conti con le sue azioni. Jennifer Lawrence, invece, è l'instabile Rosalyn Rosenfeld, moglie di Irving, la mina vagante del gruppo: le sue azioni, pur sembrando superficiali e di contorno, rischiano costantemente di compromettere tutto e tutti. 
Gli attori, dunque, prima di tutto: buona la performance della perennemente scollata Adams, ottime quelle di Renner e della Lawrence che non delude mai, magistrali quelle di Cooper e di Bale che eccelle su tutti. Monumentale in tutti i sensi, sia per la stazza (l'attore, si sa, ci ha abituati a cambiamenti fisici radicali), sia, ovviamente, per la bravura dimostrata grazie anche al regista che sa come valorizzare i suoi protagonisti per farli rendere al meglio. Potremmo soffermarci a lungo sull'interprete di Irving che a inizio film conquista e tiene la scena cercando di sistemarsi un improbabile quanto posticcio parrucchino: il personaggio di Bale è carismatico e in un modo tutto suo assolutamente charmant quanto quello di Cooper è imprevedibile e borderline. Buoni e cattivi non sono mai stati così vicini (o confusi).
Bisogna riconoscere a Russell anche l'ottimo uso di mezzi che potrebbero risultare scontati ma che invece donano al film elasticità, piacevolezza e brio: un minimo uso della costruzione a scatole cinesi (la storia d'amore con Sydney, l'incontro con Polito), il veloce riepilogo degli eventi fino al momento clou della truffa, il ricorrere della storia con morale che il capo di DiMaso cerca invano di raccontare e l'impiego di Robert De Niro in un riuscito cameo.
Inganni e truffe, dunque, nei confronti di se stessi e del prossimo, ma anche l'amore in tutte le sue forme: quello per un amico, quello finito per la propria donna, quello appena sbocciato e che bisogna coltivare costantemente per la persona che non si vuole perdere. 
"Raccontare la sofferenza e il dolore è facile." ha dichiarato il regista in sede di conferenza stampa a Roma "Io voglio andare oltre. Duke Ellington [altro protagonista del film, ndr] l'ha detto bene: voglio trascendere la categoria". Certamente è riuscito nel suo intento. 
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domenica 22 dicembre 2013

A Natale non si rimane digiuni con "Piovono polpette 2"

di Emanuela Andreocci

Tempo di feste: tempo di preoccupazioni per la bilancia e per il giro vita. Sotto Natale il cibo è sempre stato un compagno fedele quanto invadente e quest'anno lo sarà ancora di più: il 25 dicembre il menù cinematografico prevede infatti l'uscita di Piovono polpette 2 - La rivincita degli avanzi con contorno di sorrisi. A differenza di quanto indicato dal titolo e di quanto succedeva nel primo fortunato film della Sony Pictures Animation, stavolta non ci sono piogge di cheeseburger e tornado di spaghetti, ma il pericolo è rappresentato dagli animacibi: se alla fine di Piovono polpette avevamo già visto polli arrosto in movimento e minacciosi orsetti di gomma, nel sequel, esaurito il problema meteorologico, si prosegue su questa nuova strada. Ma procediamo con ordine. 
La storia comincia esattamente 60 secondi dopo la fine del primo capitolo, concedendo agli spettatori anche un veloce riassunto di quanto successo: il giovane inventore Flint Lockwood, come sappiamo, ha appena salvato la sua isola di Swallow Marinata dalla R.C.S.M.D.D.F.L. (l'acronimo della sua più grande invenzione che torna ad essere protagonista di divertenti dialoghi in stile finta supercazzola che continuano a divertire) e viene chiamato dal suo eroe Chester V (a metà tra un santone indiano, un inventore, uno showman ed un onnipresente grande fratello con evidenti riferimenti a Steve Jobs) nella laboriosa Live Corp (che, quindi, non può non farci pensare alla Apple). Ad accogliere il ragazzo nel suo nuovo posto di lavoro (un ufficio-alveare dove sembra non si possa andare avanti senza un uso illimitato di caffeina in tutte le sue forme) troviamo Barb, la più riuscita invenzione di Chester (un primate dotato di cervello umano intelligente, sensibile e con unghie alla moda),  ma la permanenza non durerà molto: la macchina che Flint pensava fosse stata distrutta è ancora in funzione e sta creando non pochi problemi nell'isola, per cui al nostro eroe viene affidata la missione supersegreta, che ovviamente non rimarrà tale, di trovarla e distruggerla una volta per tutte... o almeno questo è quello che gli viene fatto credere. 
Il protagonista, accompagnato dagli amici e compagni di sempre (Sam la metereologa e il suo cameraman Manny, il papà Tim, Steve la Scimmia, Earl e Brent) torna nella sua Swallow Marinata che nel frattempo si è trasformata in un'alternativa e famelica Jurassic Park: molti infatti sono i numerosi e divertenti richiami al film di Spielberg che gli spettatori potranno cogliere. È interessante l'idea che si suppone sia alla base delle varie citazioni: l'isola è infatti animata da creature misteriose e altamente pericolose che non possono relazionarsi con l'essere umano e che quindi devono essere annientate per ristabilire il giusto equilibrio. Ma le elefangurie e gli orangamberi, i tacodrilli e gli spiderburger (veramente notevole e originale la resa di tutte le specie -ben 39!- di animacibi presenti nell'isola con dei nomi altrettanto riusciti ed evocativi) sono veramente pericolosi? Anche la dolce e tenera Frà cela un lato oscuro e minaccioso? 
Come ogni film d'animazione riuscito che si rispetti, Piovono polpette 2, anche se non raggiunge i livelli del suo predecessore, è adatto ai più piccini ma piacerà anche agli adulti che potranno apprezzare il grande lavoro di progettazione e realizzazione degli ambienti, di caratterizzazione e animazione dei personaggi, la scelta e modalità dei temi toccati ed il messaggio finale di buon augurio per un mondo migliore in cui il diverso non sia necessariamente pericoloso. 
Lo chef consiglia di riservarsi un posticino per il dolce: non abbiate fretta di alzarvi dalla poltrona perché anche i titoli di coda meritano di essere gustati!

martedì 17 dicembre 2013

"I sogni segreti di Walter Mitty": Ben Stiller si incanta e incanta

di Emanuela Andreocci

Ne I sogni segreti di Walter Mitty, film diretto, interpretato e coprodotto dal genio carismatico di Ben Stiller, troviamo una felice sinfonia tra sceneggiatura, interpretazione e regia: il cast, sia tecnico che artistico, ha reso la pellicola un gioiellino, non solo perché ben confezionata (gli Americani la sanno lunga in proposito), ma anche perché piena di cuore e sentimenti opportunamente e sapientemente dosati.
La storia, a volerla banalizzare, è una semplice favoletta: realizzazione in chiave contemporanea del racconto The secret life of Walter Mitty di James Thurber del 1939 che già aveva ispirato la commedia di McLeod conosciuta in Italia come Sogni proibiti, racconta la storia di un uomo, un inetto, che non riesce a vivere appieno la propria vita e si rifugia in fantasie che pian piano prendono vita. Il protagonista, con il passare degli anni, ha subito un'evoluzione: il Mitty del romanzo era oppresso dal matrimonio e succube della moglie, mentre quello interpretato da Danny Kaye nel primo film era fidanzato ma riluttante ad impegnarsi nel sacro vincolo. Il Walter di Ben Stiller, l'ultimo in ordine cronologico, è un sognatore, crede nell'amore e nelle imprese eroiche, si incanta immaginandole ma si nasconde in una vita regolata da certezze finché una di queste viene a mancare. Responsabile da sempre dell'archivio fotografico della rivista "Life", si trova costretto a sviluppare la foto per la copertina dell'ultimo numero e a dire addio al suo lavoro: il cartaceo, infatti, dovrà lasciare spazio al digitale, la rivista diventerà un magazine online. Lo scatto da utilizzare è stato indicato dal coraggioso e determinato fotografo Sean O'Connel (interpretato da uno Sean Penn perfetto nel cameo), ispirazione e proiezione di quello che Mitty potrebbe diventare se solo osasse, ma la foto, inviata in redazione, sembra non essere mai arrivata. È la ricerca del negativo 25 e l'aiuto di Cheryl (Kristin Wiig) che in punta di piedi entra a far parte del mondo di Walter (di quello "reale", in quello immaginario era già più che presente) a spingere il nostro eroe a compiere un'impresa inaspettata (degna del più accattivante profilo eHarmony), abbattendo barriere fisiche e mentali.
«Il protagonista va alla difficile ricerca di un legame con il mondo, una connessione che però è anche verso se stesso» ha spiegato il regista in conferenza stampa «Il sognare ad occhi aperti è importante perché gli permette di andare avanti, ma allo stesso tempo lo blocca nei rapporti con gli altri».
I produttori John Goldwyn e Samuel Goldwyn Jr. (nipote e figlio del Goldwyn che ha prodotto il primo film, e quindi sentimentalmente e moralmente legati alla pellicola in questione) e Stuart Cornfeld (che ha collaborato con Stiller in molti dei suoi film tra cui Zoolander e Tropic Thunder) non potevano sperare in una sceneggiatura migliore di quella elaborata da Steven Conrad, perfettamente in sintonia con la loro idea, originale e piena di sentimento. Trovare poi un protagonista/regista non solo interessato, ma addirittura appassionato, ricco di idee su cosa fare e come, pieno di spirito di iniziativa e dedizione nei confronti del suo personaggio, non è stata solo la ciliegina sulla torta, ma anche la farcitura e la glassa. 
I sogni segreti di Walter Mitty non è solo un lavoro riuscito di Ben Stiller (di cui certamente non serve ricordare opere e importanza), ma rappresenta un punto di passaggio verso un'acquisita maturità, sia dietro che davanti la macchina da presa. 
Se pensiamo a Stiller regista, tanto per citare alcune delle evidenti qualità che emergono e che in parte già conoscevamo, dobbiamo lodare la significativa scelta di girare in pellicola («Non si può utilizzare il digitale per un film che racconta la ricerca di un negativo» ha affermato l'attore), la commistione di generi e stili di ripresa (che spaziano da inquadrature più classiche e statiche ad altre rocambolesche ed adrenaliniche da action movie), l'originalità (un negativo che in dissolvenza diventa il bordo di una fontana su cui siede il protagonista, ad esempio), la scelta e l'impiego degli attori, l'utilizzo dei tempi e momenti comici (lo squalo, la sindrome di Benjamin Button) e la ricerca di una colonna sonora che potesse supportare e completare le immagini. Se pensiamo invece a lui come attore troviamo, ma anche questo già lo sapevamo, un uomo capace di incarnare le più disparate espressioni e renderle comunque credibili, capace di far (sor)ridere e riflettere, capace di interpretare, senza strafare, l'uomo comune con quel qualcosa in più che conquista e, per l'appunto, fa sognare.
Dal 19 dicembre nei cinema.

giovedì 12 dicembre 2013

Tragicamente meravigliosa Philomena


di Emanuela Andreocci

Sarà per il tema trattato che tocca nel profondo, sarà per la bravura della protagonista Judi Dench, sarà per la sceneggiatura di Steve Coogan e la sapiente regia di Stephen Frears che Philomena ti entra nel cuore. Lo spettatore stabilisce fin da subito un'immediata empatia con la protagonista, avverte la sofferenza che si cela dietro ai suoi occhioni azzurri e allo stesso tempo la voglia di vivere e l'entusiasmo con cui continua, nonostante tutto, a guardare il mondo. 
Philomena Lee ha avuto una vita difficile, terribile perfino: ragazza madre nella bigotta Irlanda del 1952 in cui un avvenimento del genere era considerato un vergognoso peccato da espiare con la sofferenza di un parto senza antidolorifici, reclusa in un istituto di suore, autorizzata a vedere il bambino solo per un'ora al giorno e infine costretta a dirgli addio all'età di tre anni senza avere effettivamente la possibilità di salutarlo per l'ultima volta. Ma questo è solo l'inizio, questo è solo quello che apprendiamo dai tormentati flashback della protagonista che, cinquant'anni dopo il tragico avvenimento, decide di andare alla ricerca del figlio perduto e di raccontare al mondo la sua sofferenza. 
L'incontro casuale tra la figlia Jane (Anna Maxwell Martin) e Martin Sixsmith (giornalista e autore del libro Philomena interpretato dal cosceneggiatore e coproduttore Steve Coogan) segna l'inizio del viaggio di Philomena. Viaggio reale in quanto le ricerche portano l'uomo e l'anziana signora in America, viaggio interiore in quanto entrambi, ognuno a suo modo, effettueranno un percorso di crescita interiore: Philomena troverà riposta ad alcune delle sue domande e potrà finalmente smettere di tormentarsi, Martin scoprirà che c'è qualcosa che va oltre il semplice scoop e dovrà confrontarsi più volte con la donna riguardo gli argomenti più disparati, dalla colazione americana alla fede, dai romanzi rosa al dolore incontenibile di una madre a cui è stato sottratto il bene più prezioso. 
Il film oscilla seguendo gli umori dei protagonisti, si adagia perfettamente sui ricordi di Philomena e sul suo modo di vedere e di continuare a scoprire il mondo, alternando momenti profondamente toccanti ad altri che lasciano spazio al sorriso, sebbene sempre dolce amaro. 
Merita di essere visto, vissuto e gustato, proprio come Philomena ci insegna a fare con la vita.
Al cinema dal 19 dicembre.


martedì 10 dicembre 2013

Siamo nei guai? Sorridete! Ficarra e Picone tornano a Roma con "Apriti cielo".


di Emanuela Andreocci

L’anno scorso erano arrivati a Roma con quello che avevano definito un work in progress, quest’anno ritornano con lo stesso, affermato spettacolo: Ficarra e Picone, in scena dal 10 al 15 dicembre al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, raccontano con tutta la simpatia che li caratterizza il loro esilarante Apriti cielo.

Con Apriti cielo, così come nei vostri altri spettacoli, portate in scena la realtà quotidiana…
Salvatore Ficarra «Sì e no. Nel primo pezzo siamo due tecnici che vengono chiamati da un signore per aggiustare la tv, vanno a casa sua, trovano la porta aperta, cominciano a lavorare e non si rendono conto che proprio ad un passo da loro il proprietario di casa è morto: è stato ucciso e loro potrebbero essere chiamati a risponderne… per fortuna non è un fatto quotidiano che capita a tutti! Loro, però, si ritrovano in questa situazione anomala.»
Valentino Picone «Partiamo dal presupposto che in scena facciamo finta di essere leggermente, ma proprio poco poco, più stupidi di come siamo nella vita, e ci infiliamo in situazioni che riteniamo comiche. Quando scriviamo partiamo sempre dal nostro divertimento: in quanto comici, ci diverte metterci nei guai per poi tentare di uscirne.»
Qual è la vostra forza?
S.F. «Innanzitutto grazie per aver detto “forza”. Ci piace molto la semplicità, ci diverte allo stesso modo sentir ridere i bambini e gli adulti. La semplicità per noi è un punto di arrivo: cerchiamo di fare delle cose che siano accessibili, comprensibili, leggere per tutti. La risata è soggettiva, come la bellezza. Quante volte in un concorso è capitato di pensare che chi è arrivata terza era più bella? Ci sono persone a cui piace di più quella che è stata eliminata per prima. La risata è così ed ognuno di noi poi ha una sua maniera di proporla. Se trova consenso bene, altrimenti… beh, sicuramente è uno dei pochi mestieri in cui non può esistere la raccomandazione!»
V.P. «Alla base di questo mestiere c’è la grande fortuna, e non lo dico per modestia, di potersi far conoscere, come è successo con “Zelig”. La nostra forza è continuare a fare cose che ci divertono e più andiamo avanti, più questo sta diventando per noi una regola. Non so se sia facile o difficile far ridere: noi lo facciamo. Ci viene facile quando siamo i primi a ridere, non siamo dei matematici della risata: siamo stati sempre molto di pancia».
Siete comici, attori, autori, sceneggiatori e anche registi…
V.P. «Queste definizioni si possono sintetizzare in una sola: artigiani. L’artigiano fa tutto da solo: scriviamo una cosa perché ci fa ridere e poi ci viene automatico rappresentarla ed esserne i registi…»
S.F. «… nel senso che portiamo al cinema ed in teatro le nostre cose: conoscendoci e sapendo cosa vogliamo, proponiamo al pubblico una messinscena che è la nostra visione della storia che raccontiamo. Ci accomuna la parola, ma c’è una chiara differenza tra noi e Virzì o Tornatore: non siamo registi nel senso classico del termine.»
Modelli di riferimento?
S.F. «Come tutti gli appassionati di comicità potrei citare i classici, da Chaplin a Stanlio e Ollio a Peppino… Sono come antologie sulle quali inconsapevolmente hai studiato: ti rimangono degli schemi dentro e, sempre inconsapevolmente, li applichi.»
V.P. «Ormai Ficarra ha me e io ho lui… ci autoriferiamo!»
Visto che vi autoriferite, tre aggettivi per descrivere Picone?
S.F.«Squallido, inutile e inqualificabile… glielo dico sempre, non mi piace parlare alle spalle!»
Per Ficarra?
V.P. « Ritardatario, onesto e pignolo… nelle cose inutili!»
Il vostro ricordo più bello insieme?
V.P. «Quando succede che anche noi, in scena, ci stupiamo di qualcosa. La risata nuova, per esempio, mi fa impazzire, e ce ne sono di diversi tipi: la risata con risucchio e quella a intervalli regolari, per esempio. Tutto questo mi diverte molto.»
S.F. « Il mio ricordo più bello con Picone si rinnova spesso, per fortuna: è quando ci salutiamo e lui se ne va a casa sua… è uno dei momenti più belli della giornata per me!»

lunedì 9 dicembre 2013

"Un fantastico via vai": Pieraccioni va alla difficile ricerca di emozioni passate.

Il 12 dicembre approda nelle sale Un fantastico via vai, l'ultima fatica di Leonardo Pieraccioni che, purtroppo, ha tanto via vai e poco fantastico. Intendiamoci, non è da buttar via, ma non aggiunge niente né alla commedia italiana, né alla cinematografia del regista de I laureati, film palesemente citato all'interno della nuova pellicola che però rimane solo un piacevole ma lontano ricordo. Nella sequenza della corsa per (non) pagare il conto della trattoria, come ha affermato Pieraccioni in sede di conferenza stampa, c'è il riassunto di tutto il film: a cinquant'anni non puoi più fare certe cose perché fai una "figuretta".   
Arnaldo Nardi, interpretato dallo stesso regista e autore, è un quarantacinquenne che nel mezzo del cammin di sua vita si ritrova, a causa di un malinteso con sua moglie Anita (Serena Autieri), a tirar le somme e a porsi la fatidica domanda: è realmente felice? La sceneggiatura (scritta con Paolo Genovese, che ha preso il posto del sempre presente Giovanni Veronesi) prevede che ovviamente la risposta sia no: il protagonista cerca allora di ritrovare la sua strada a partire dalla giovinezza. Non può certamente recuperare gli anni passati, ma decide lo stesso di vivere come un ventenne: affitta una stanza in un appartamento di universitari (tutti belli e sopra il metro e settanta!) nel tentativo di ritrovare "quello tsunami di emozioni, che poi diventano tatuaggi, che si provano solo a vent'anni".
Invece di quella di Peter Pan, Arnaldo, continuando a citare il suo interprete, "è afflitto dalla sindrome del bischero", ma non impiega molto a prender consapevolezza che ha già avuto il suo tempo e le sue occasioni. Il protagonista, infatti, non cresce perché in realtà non ne ha bisogno: non assistiamo ad un'evoluzione del suo personaggio né a nessun tipo di maturazione, ma come un moderno grillo parlante riesce ad indirizzare i suoi nuovi e giovani coinquilini. Ognuno ha il suo piccolo, grande problema: Camilla (Marianna di Martino), siciliana, ha scelto l'unica facoltà non presente nella sua città per non far sapere ai genitori di essere incinta; Anna (Chiara Mastalli) non conosce le vie di mezzo e le piacciono ugualmente sia gli uomini maturi che i ragazzini delle superiori; Marco (Giuseppe Maggio) studia medicina ma sviene alla vista del sangue ed Edoardo (David Sef), mulatto, è fidanzato con Clelia (Alice Bellagamba) il cui padre (il Cavalier Mazzarra interpretato da Giorgio Panariello) non sopporta le persone di colore. Siamo già in clima natalizio e lo è ovviamente anche il film: ognuno avrà il suo ovvio lieto fine.
Nel via vai di personaggi che si susseguono e si incontrano tra le strade di una seducente Arezzo (ci troviamo davanti ad un film più corale rispetto agli ultimi del regista), non possiamo non nominare i comici. Con i loro interventi, seppur limitati e, nel caso del primo, incredibilmente contenuti non solo in senso quantitativo, Ceccherini e Panariello, amici e presenze storiche nei film di Pieraccioni, sono una garanzia. La piacevole scoperta, però, è data dall'inedita coppia Maurizio Battista-Marco Marzocca: i due, sempre in coppia come i carabinieri, regalano dei piacevoli siparietti che ben si inseriscono nella storia raccontata e che anzi l'arricchiscono di una verve comica altrimenti un po' sopita. 
  

venerdì 6 dicembre 2013

"Othello... la H è muta!": esilaranti e dissacranti Oblivion tra Verdi, Shakespeare e molto altro.


di Emanuela Andreocci

Othello... la H è muta!, in scena fino al 15 dicembre alla Sala Umberto di Roma, è uno di quegli spettacoli che non dovrebbero perdersi. 
All'arrivo in platea il sipario è aperto: si individuano facilmente un pianoforte, un ritratto di Verdi, un praticabile di legno (una barca/letto) e un drappo di Venezia che cela l'immagine di Shakespeare. E poi arrivano i fantastici cinque: gli Oblivion cominciano a raccontare, pardon, a cantare, la storia del ben noto fazzoletto che Othello ha regalato a Desdemona e che è finito per colpa di Iago nelle mani di Cassio, per poi trasformarsi loro stessi nei suddetti personaggi. Penso che tutti conoscano gli eclettici interpreti, ma in caso contrario consiglio I promessi sposi in 10 minuti, video che su YouTube ha ottenuto tre milioni di visualizzazioni. È difficile infatti riuscire a raccontare al meglio non solo quello che succede in scena, ma tutto ciò che gli Oblivion sono in grado di fare: attori, comici, cantanti, mimi e imitatori, chi più ne ha più ne metta. 
Nel nuovo spettacolo, accompagnati al pianoforte dal maestro Denis Biancucci, viene messa in scena la tragedia del titolo ironizzando sul plot e dissacrando i testi di Verdi e di Shakespeare in una serie di botta e risposta musicali che, fin dall'inizio, continuano per tutto lo spettacolo in un climax incessante.  
È possibile raccontare la leggendaria gelosia del moro di Venezia (un "Nutello", forse cugino del bresciano "Balotello") attraverso Elio e le storie Tese, i Queen, Lucio Battisti e le colonne sonore Disney, solo per citare alcune delle musiche, rigorosamente dal vivo, utilizzate? Per gli Oblivion non solo è assolutamente possibile, ma è l'unico modo plausibile, quello in cui eccellono e che li ha resi famosi e apprezzati da ogni tipo di pubblico teatrale. 
La storia di Othello, in realtà, è solo il fil rouge dello spettacolo: è vero che ne è l'oggetto, ma è anche il pretesto per i numerosi, sorprendenti ed esilaranti quadri che mettono in luce le evidenti doti dei protagonisti e che "fanno" lo spettacolo. Attraverso le canzoni, le parodie e le imitazioni si ironizza sul teatro in generale: sull'essere attore, sulla finzione, sui metodi di interpretazione e sulle entrate  dei vari personaggi che evidenziano il loro grado di importanza. 
Tra gag più attinenti ed altre che concedono piacevoli digressioni divertendo senza distrarre, i cinque Oblivion offrono uno spettacolo che è completo, regalando sorrisi e risate con battute, alcune più impegnate, altre più popolari, che rivelano grande cultura ed un approfondito studio alle spalle: oltre al piano di Iago, anche il loro è perfettamente riuscito. 

giovedì 21 novembre 2013

Facciamo il punto su: "The Walking Dead"


di Emanuela Andreocci

Nella mia idea di partenza, per quanto riguarda le serie tv, volevo soltanto pubblicare le recensioni dei vari pilot e poi quelle conclusive delle singole stagioni, affidando semplicemente a qualche tweet stringato o a qualche più ampio commento su facebook delle considerazioni flash sui singoli episodi o sui fatti più rilevanti. Arrivati ad oggi, però, mi sembra invece doveroso fare il punto della situazione sulle serie che ci stanno più a cuore.
Cominciamo con l'attesissima quarta stagione di The Walking Dead: dopo un primo episodio da dimenticare (l'esordio ha sicuramente deluso le aspettative), la serie si è pian piano ripresa, introducendo degli ottimi spunti narrativi che si sviscereranno nel corso delle prossime puntate. Sicuramente, come molti hanno notato, è di certo più lenta delle stagioni precedenti, ma è interessante il lavoro fatto sulla psicologia dei personaggi. Alcuni già li conosciamo, altri invece sono nuovi, frutto della fusione di più gruppi (vd. l'esodo da Woodbury alla fine della terza stagione). 
La maggior parte degli eventi avvengono all'interno della prigione che, da iniziale luogo di salvezza, si è trasformata in claustrofobica tomba: gli zombie passano in secondo piano lasciando il posto al morbo che si diffonde e che inesorabile miete vittime. Non si può combattere contro qualcosa che non si conosce nè si vede, si può solo sperare di arginare il problema con infusi di piante e spedizioni in cerca di medicine. Oppure si può uccidere quelli che fino a poco prima erano uomini, compagni e amici per provare a placare la diffusione del male...
I personaggi cambiano, alcuni si vedono poco e niente, altri invece diventano fondamentali.  Rick nei primi due-tre episodi ha continuato la sua involuzione (non pensando ad altro che a coltivare la terra) per poi tentare di riprendere il controllo innanzitutto su se stesso, e poi sul gruppo. Daryl e Glenn hanno momentaneamente avuto un ruolo marginale, sebbene si tema per la vita del secondo. Hershel, dal canto suo, è sempre più fondamentale: infonde coraggio, guida e cura gli altri con l'amore di un padre e la saggezza di un nonno. Michonne aiuta, partecipa alle spedizioni, entra ed esce dalla prigione per assecondare la sua anima inquieta: ha necessità di starne fuori perchè fuori è il suo obiettivo. Il personaggio che sicuramente ha compiuto un'evoluzione che ha dell'incredibile è quello di Carol: l'ex moglie sottomessa ha dato l'idea di aspirare alla leadership ribellandosi all'autorità in più di un'occasione e diventando, da vittima, carnefice.
Il quinto episodio ci ha lasciati col dubbio sul suo destino: cosa farà visto che Rick l'ha bandita dal gruppo? La stessa puntata si è conclusa con un altro strategico cliffhanger: il governatore è tornato e osserva di nascosto la prigione. Perchè? Quali sono i suoi intenti? L'abbiamo atteso tanto e con ansia, ma perchè la sua ricomparsa coincide proprio con l'esilio di Carol? Il destino dei due sarà legato? Speravamo di trovare risposte convincenti nel sesto episodio, ma siamo stati destinati a soffrire nell'attesa: l'ultima puntata, quella in cui si riponevano tutte le speranze e le risposte ai nostri dubbi, è stata infatti pensata interamente come un lungo e lontano flashback proprio sulla vita del temibile Philip Blake a partire dalla strage compiuta nel finale della scorsa stagione. E anche qua veniamo spiazzati: possibile che, dopo tutto quello che ha fatto, possa tornare ad essere una persona con sentimenti e valori? Possibile che riesca ad affezionarsi ancora alle persone? 
Un'unica cosa è certa: The Walking Dead colpisce ancora. 

mercoledì 30 ottobre 2013

"Captain Phillips - Attacco in mare aperto": il superbo film di Greengrass approda nei cinema.


di Emanuela Andreocci

Due uomini, due comandanti, il mare e la necessità di sopravvivere. Tutto questo e molto altro troviamo nel nuovo, superbo film di Paul Greengrass Captain Phillips - Attacco in mare aperto, basato sul sequestro della nave americana Maersk Alabama avvenuto nel 2009 da parte di quattro pirati Somali. 
Tom Hanks, in stato di grazia e probabilmente anche di Oscar, è Rich Phillips, il comandante della nave contenente aiuti umanitari destinati all'Africa: è un uomo esperto e riflessivo, sa gestire al meglio non solo il suo mezzo, ma anche e soprattutto il suo equipaggio; Barkhad Abi è Muse, l'altro comandante, quello che si getta all'inseguimento degli americani con un piccolo scafo, due motori di potenza ridotta e tre uomini armati al seguito. Sono le due facce della stessa medaglia chiamata globalizzazione, rappresentano chi ha tutto ed in abbondanza, tanto che può darne agli altri, e chi invece non ha nulla se non ciò di cui è costretto ad appropriarsi con la forza. Entrambi i comandanti portano avanti quella che è la loro missione abituale: Phillips consegna, Muse prende. Per i due si tratta di lavoro, ma si trasforma gradualmente in lotta per la sopravvivenza. Per Muse, in verità, lo è sempre stato: senza ricami, senza spreco di parole, senza destare pietà, il pirata Somalo dal sogno americano fa capire la sua vita verso la fine del film in tre, forse quattro battute.
Paul Greengrass è l'invisibile ma sempre presente terzo comandante: abile traghettatore di animi e sentimenti, cattura l'attenzione dello spettatore introducendolo all'incontro/scontro tra le due carismatiche figure. Con numerosi stacchi di una macchina frenetica, a mano, in continuo movimento, racconta i preparativi della partenza sulla terra ferma, ed in mare mostra il rapporto all'interno dei due differenti equipaggi e le due diverse rotte destinate, inevitabilmente, ad incrociarsi. Decisivo ed emblematico è il momento in cui i due comandanti si osservano, a distanza, attraverso il binocolo: si guardano, si vedono e capiscono di doversi affrontare. Ma questo è solo l'inizio, il film di Greengrass continua a crescere in un climax incessante, che non si esaurisce con l'assalto dei pirati alla Maersk Alabama, e neanche col rapimento del capitano Phillips. 
Pochi personaggi per la maggior parte della pellicola, un'ambientazione che varia di poco, il nulla intorno se non lo sterminato mare, eppure lo spettatore non riesce a distogliere lo sguardo dallo schermo, sincronizza i suoi battiti con quelli del comandante in pericolo. Il regista è in grado di dominare sapientemente le azioni fisiche e le reazioni psicologiche dei suoi personaggi, mostra il viso dei protagonisti da vicino ed attraverso i loro occhi arriva nel profondo del loro animo dove, nonostante le continue rassicurazioni di Muse che ad intervalli regolari (si) ripete che andrà tutto bene, risiedono tutte le paure.
In Captain Phillips - Attacco in mare aperto le doti investigative e la maestria nel thriller di Greengrass si sposano alla perfezione creando un prodotto che, senza esagerazioni, tende alla perfezione.
Al cinema dal 31 ottobre.    

martedì 29 ottobre 2013

"Ender's Game": la fine dei giochi.

di Emanuela Andreocci

Ender's game è il gioco di Ender, il protagonista del nuovo film di Gavin Hood interpretato da Asa Butterfield nei cinema dal 30 ottobre, ma dopo aver visto la pellicola, un po' per assonanza, un po' per contenuti, non è possibile non pensare ad un traduzione alternativa: la fine dei giochi. Sia per il ragazzino, costretto a crescere prima del previsto, sia per gli spettatori, vittime di una pellicola dal buon potenziale inespresso che lascia con l'amaro in bocca e un senso di indifferenza nei confronti di quanto accaduto. 
In un mondo futuristico che è già sopravvissuto grazie al coraggio di Mazer Rackham (interpretato da Sir Ben Kingsley) ad una dura battaglia contro i Formics (le creature aliene nemiche della terra) gli umani sono pronti a respingere un nuovo attacco grazie alla scuola di guerra che da anni recluta e forma ragazzi preparandoli ad una battaglia decisiva. Il protagonista, ovviamente, eccelle in tutto e su tutti: voluto fortemente dal colonnello Hyrum Graff (un Harrison Ford di cui è difficile dimenticare il taglio di capelli), riesce dove il fratello troppo violento e la sorella troppo debole avevano fallito. Lo scopo della scuola è insegnare ai ragazzi a combattere tramite un laser game a gravità zero: il primo impatto visivo con il campo di allenamento è superbo (la "palestra" è una sfera con pareti di vetro trasparente in mezzo allo spazio), ma il gioco non presenta nessun elemento accattivante. 
Sebbene quasi tutto il film si svolga all'interno di una stazione spaziale e la terra venga quasi dimenticata, sono assai numerosi i cliché della vita militare: le lotte intestine con i compagni  invidiosi della innata predisposizione di Ender all'eccellenza e al comando, la presa di posizione dei superiori che assegnano dure punizioni e che sembrano voler mantenere il distacco con gli allievi, gli atti di bullismo/nonnismo all'ordine del giorno e gli avanzamenti di grado. Troviamo, ovviamente, anche l'altro risvolto della medaglia: solidarietà tra affini e gioco di squadra. 
La figura di Ender è sicuramente interessante: poco più di un bambino, porta sulle sue spalle il peso di una missione troppo pesante per la sua età ma direttamente proporzionata al suo talento. Il giovane attore, già protagonista di Hugo Cabret, si cimenta con successo in un ruolo non facile: un buono che ogni tanto deve fare i conti con il suo lato oscuro. In qualche modo racchiude in sé le caratteristiche del colonnello Graff e del Maggiore Gwen Anderson, la responsabile del benessere psicologico dei giovani soldati interpretata da Viola Davis. Per lei, a differenza del personaggio di Ford, non sempre il fine giustifica i mezzi: mentre Graff sembra dimenticarsene o, ancor peggio, non curarsene, la donna è sempre consapevole del fatto che le loro azioni e insegnamenti influenzeranno per sempre le vite dei loro sottoposti.
Il film è tratto dall'acclamato omonimo romanzo di Orson Scott Card del 1985. Non avendo letto il fortunato libro, possiamo solo immaginare, o sperare, che la trasposizione non gli renda appieno giustizia. 

domenica 20 ottobre 2013

"Il quinto potere" di Bill Condon è Julian Assange.

di Emanuela Andreocci

I tempi cambiano ma l'esigenza di raccontarli e immortalarli rimane sempre la stessa: nel 1941 Orson Welles mostrava la forza dei mezzi di stampa nel capolavoro Citizen Kane (tradotto in Italia come Quarto potere), nel 1976 Network di Sidney Lumet (noto nel nostro paese come Il quinto potere) metteva alla berlina la televisione ed oggi, nel 2013, The fifth estate di Bill Condon (tradotto anch'esso come Il quinto potere) porta sul grande schermo la storia di WikiLeaks e del suo fondatore Julian Assange (interpretato da Benedict Cumberbatch). Non si vuole certamente fare un confronto tra i film citati, ma ragionare su come in ogni epoca sia importante, quasi necessario, riflettere sui media che fanno così tanto parte della nostra vita fino ad arrivare addirittura a gestirla e comprometterla. Emblematica è la sequenza iniziale: un excursus sull'evoluzione dei vari mezzi di comunicazione e su alcuni avvenimenti che  hanno segnato la storia moderna, un inizio sincopato con zoom in e out che portano in continuazione dentro e fuori la notizia.
Tutti conoscono WikiLeaks: è nata nel 2006 come organizzazione no-profit con l'obiettivo di pubblicare notizie e documenti segreti per far conoscere a tutti ciò che accade realmente nel mondo e che i mezzi istituzionali non raccontano; nel 2010, a seguito della più grande fuga di informazioni riservate di tutti i tempi, è diventata un caso diplomatico ed un problema di livello mondiale, e così lo stesso Assange. Il film di Bill Condon, sceneggiato da Josh Singer e basato sui libri Inside WikiLeaks di Daniel Domscheit-Berg (il collega di Assange interpretato nel film da Daniel Brühl, il Lauda di Rush) e WikiLeaks dei giornalisti di The Guardian David Leigh e Luke Harding, non solo racconta l'ascesa della temuta organizzazione, ma si/ci interroga sul concetto di moralità, trasparenza e ideale. 
"Non è un documentario" afferma il regista "Rappresenta solo una parte e un'interpretazione della storia: non avevamo intenzione di dar vita ad un film contro o in favore di WikiLeaks, ma piuttosto volevamo mostrare come e perché l'organizzazione sia riuscita a fare cose straordinarie ed esplorare alcune delle maggiori problematiche che ha messo in luce, mentre intanto portiamo il pubblico a vivere un viaggio emozionante, assieme ad un personaggio affascinante della nostra epoca. Abbiamo deciso di far vedere diversi punti di vista, di porre tante questioni e poi di lasciare che ognuno arrivi alla sua conclusioni personale". 
Lo spettatore può infatti cercare di farsi largo tra le problematiche evidenziate attraverso il pensiero razionale di Berg, allo stesso tempo primo ammiratore e primo detrattore del lavoro di Assange, quello dei diplomatici statunitensi, che devono fare i conti con le conseguenze delle scottanti rivelazioni pubblicate, e quello dei giornalisti legati al leader di WikiLeaks che proprio grazie a lui hanno avuto importanti esclusive da prima pagina. E poi, ovviamente, abbiamo il pensiero e il punto di vista di Julian Assange: come possiamo definirlo? Un sognatore? Un hacker? Un rivoluzionario dai capelli bianchi che insegue degli ideali per rendere il mondo migliore? Un folle dall'infanzia difficile che rischia di compromettere vite pur di non cedere al compromesso? È proprio questo il punto cui vuole arrivare il film, senza fornire risposte, ed è lo stesso che logora dall'interno il rapporto Berg-Assange fino a comprometterlo definitivamente: fin dove è lecito spingersi pur di non tradire il proprio ideale? C'è un confine da non superare? L'eccellente interpretazione di Cumberbatch, colonna portante della pellicola, ci mostra un uomo determinato ma instabile, pieno di ideali encomiabili ma senza freni e limiti, un essere solitario che si presta ad una duplice, antitetica interpretazione: eroe o criminale? 
Tra stringhe e codici, tweet e chat, tasti che digitano freneticamente sulle tastiere e computer che devono essere sempre pronti a scomparire, la metafora ricorrente scelta per raccontare  WikiLeaks è più tradizionale, ma non per questo meno incisiva: un ufficio anonimo e sterminato, con un numero illimitato di scrivanie e pc dietro i quali è seduto sempre e solo Julian Assange.  
Il quinto potere uscirà nei nostri cinema il 24 ottobre. Merita di essere visto.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

martedì 15 ottobre 2013

"Una piccola impresa meridionale": la briosa sinfonia firmata Rocco Papaleo


di Emanuela Andreocci

Quando lo spettatore esce dalla sala col sorriso, lo stesso che ha mantenuto durante tutto il film, vuol dire che il prodotto ha fatto centro: "La piccola impresa meridionale" di Rocco Papaleo, al cinema dal 17 ottobre, è promossa a pieni voti. Tratta dall' omonimo suo primo romanzo, in libreria dalla settimana scorsa, e sceneggiata insieme a Valter Lupo, la pellicola racconta l'"esilio" di Costantino (interpretato dallo stesso regista e autore) che, dismesse le vesti sacerdotali, è fortemente spinto dalla Mamma Stella (una severa Giuliana Lojodice nei panni di una donna di paese tutta d'un pezzo, rigida e bigotta) a isolarsi in un vecchio faro abbandonato, proprietà di famiglia. Ci troviamo al sud: il paese è piccolo e la gente mormora, Dio non voglia che si crei uno scandalo...! La signora, d'altronde, è già provata da un altro "fattaccio": sua figlia Rosa Maria (Claudia Potenza) ha improvvisamente abbandonato il marito Arturo (un convincente Riccardo Scamarcio) per scappare con un amante misterioso. 
L'esilio di quello che tutti continuano a chiamare "padre" Costantino, però, dura poco ed il malandato faro inizia a popolarsi ed animarsi. La prima ad arrivare è la ex top escort Magnolia (una scoppiettante Barbora Bobulova), sorella di Valbona (la badante di Mamma Stella interpretata da Sarah Felberbaum) e subito a seguire anche Arturo chiede asilo al fu sacerdote. Al trio già ben nutrito (riepiloghiamo: un ex prete, un ex prostituta ed un ex marito) si aggiungono gli improbabili membri della ancora più improbabile società a responsabilità limitatissima Meridionale Ristrutturazioni srls (nel ruolo di Raffaele, Mela e Gennaro detto Jennifer troviamo rispettivamente Giovanni e Mela Esposito e Giampiero Schiano).  
Dal piccolo intervento per riparare un'infiltrazione del tetto ai lavori di ristrutturazione del faro e delle vite dei protagonisti dell'impresa (tutti ne entrano a far parte) il passo è breve. Il film di Papaleo offre uno spaccato leggero e spensierato della vita nelle sue forme più variegate e del modo in cui i rapporti possono ricucirsi, basta rimboccarsi le maniche. Quello che in Basilicata coast to coast era rappresentato dal viaggio, in Una piccola impresa meridionale è costituito dal faro: non bisogna necessariamente muoversi per trovare qualcosa, ci si può anche fermare ad ammirare il mare, panorama obbligato ed immagine ricorrente e rasserenante di tutta la pellicola. 
La musica, come nel primo film, torna ad essere grande protagonista: persino la pioggia viene scandita in 5/4, il tempo del jazz. La colonna sonora contiene le felici composizioni di Rita Marcotulli e le canzoni di Rocco Papaleo (il sodalizio viene quindi confermato), le apprezzabili performance vocali di Scamarcio e della Bobulova ed il brano "Dove cadono i fulmini" della cantautrice pugliese Erica Mou. Reduce dai fasti sanremesi, troviamo con piacere il tormentone "Torna a casa foca". 
Interpreti scelti ad hoc che sorprendono gradevolmente, tempi comici precisi ed efficaci, stereotipi trattati con eleganza ed un accenno felliniano che non guasta: il film di Papaleo è così delicato e ben equilibrato che gli si può certamente perdonare qualche eccesso di retorica e ridondanza cui verso la fine tende. 
Una piccola stonatura, all'interno di una briosa sinfonia, è concessa. 

lunedì 14 ottobre 2013

"The Walking Dead 4": pretendiamo (molto) di più.


di Emanuela Andreocci

La quarta stagione di The Walking Dead era un evento talmente speciale che richiedeva una preparazione altrettanto speciale e per l'occasione anche Oscar (il logo) è apparso "zombizzato" su facebook e twitter. Adesso, se potessi, mi piacerebbe trasformarlo nuovamente, ma nell'Urlo di Munch (avete presente?) per gridare a tutti il mio disappunto. No, no e un'altra volta no: proprio non ci siamo! Abbiamo (ho) aspettato troppo la quarta stagione per accontentarmi di quanto appena visto, l'attesa  non può essere direttamente proporzionale alla delusione.
Voglio commentare l'episodio da semplice spettatrice, senza andare alla ricerca di dettagli tecnici o stilistici di cui discutere: la prima puntata non doveva andare così. Sono certa, sia ben chiaro, che gran parte del disappunto nasca dalla problematica tempo: se fossero state trasmesse le prime due puntate, invece di una sola (da leggere con la "o" chiusa o aperta, fate vobis), certamente la storia ne avrebbe giovato e lo spettatore probabilmente si sarebbe tranquillizzato al riguardo, ma questa non può e non deve essere una scusante. 
Ci sono stati proposti tempi lunghi e dilatati e dialoghi privi di sostanza, al limite dell'inutilità. Tutti aspettiamo un'evoluzione nella storia tra Carol e Daryl, ma certamente non avverrà con le patetiche battute a suon di "Amore" che lei gli ha rivolto. Non mi sembrava li avessimo lasciati così...! Probabilmente è stata a lezione da Tyreese, visto che abbiamo ritrovato anche lui impegnato a tessere dolci relazioni con una new entry. Rick, dal canto suo, fortunatamente sembra essersi completamente ripreso: perché allora oppone tutta quella resistenza per portare con sè una pistola in perlustrazione? Non sembra un'idea così assurda... E potremmo continuare: Glen e Maggie quasi non si vedono, Beth reagisce alla morte del ragazzo in maniera alquanto matura, quasi stoica, il buon Hershel dispensa consigli (pochi) e coltiva piante (tante). Insomma, ritroviamo tutti e nessuno. 
La pioggia di Zombie e l'incontro di Rick con una donna - spettro e specchio di come sarebbe potuto diventare - sono delle buone idee, ma da sole non bastano a tenere in piedi una puntata che doveva coinvolgere e mantenere il livello di una terza stagione superlativa: siamo stati abituati male e adesso pretendiamo molto di più. (S)fortunatamente abbiamo un'altra settimana per digerire quanto accaduto e per prepararci al meglio (o al peggio, questione di punti di vista): sono fermamente convinta che con i prossimi episodi torneremo ai fasti degli anni precedenti. Non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di The Walking Dead: errare è umano, perseverare... è da vaganti!

domenica 13 ottobre 2013

"American Horror Story: Coven" - Tremate: le streghe son tornate!

di Emanuela Andreocci

Con American Horror Story: Coven Ryan Murphy (creatore anche di Nip/Tuck e Glee) e Brad Falchuk continuano a fare centro. La loro forza sta nell'attingere al classico e più che vasto repertorio dell'horror per farlo proprio: innovandolo e dotandolo di caratteristiche uniche e rare, danno vita ad un prodotto che esula dagli schemi, di immediato impatto e coinvolgimento.
Una delle idee di maggior successo è sicuramente quella di utilizzare gli stessi attori: in questo modo il pubblico non si affeziona ai singoli personaggi (con i quali comunque crea un inevitabile rapporto che però si esaurisce all'interno della singola stagione), ma ai loro interpreti. Non tornano tutti, certo, e non sempre, ma ci sono degli elementi che sono intoccabili. Regina indiscussa è Jessica Lange che in Murder House nei panni di Constance, ma soprattutto in Asylum in quelli di Suor Jude, ha regalato delle interpretazioni... da brivido, giusto per rimanere in tema. In questa terza stagione è affiancata da un colosso quale Kathy Bates, per cui sarà difficile, ma certamente non impossibile, mantenere lo scettro. 
Ritroviamo Sarah Paulson (la giornalista Lana Winters in Asylum), Lily Rabe (che ricordiamo per il ruolo di Suor Mary Eunice) in quello che, per ora, sembra essere solo un cameo, Jamie Brewer (Adelaide in Murder House) e Frances Conroy (la governante Moira della prima stagione e la Morte nella seconda); incontriamo di nuovo con piacere anche la coppia Taissa Farmiga - Evan Peters: dopo aver recitato insieme in Murder House (lei nei panni di Violet Harmon e lui in quelli di Tate Langdon), i due si ritrovano fianco a fianco in Coven (ricordiamo però che, mentre la Farmiga "saltava il turno" di Asylum, Peters era presente nei panni di Kit Walker). Il loro nuovo incontro è stranamente romantico e strizza l'occhio allo spettatore più attento che certamente riconoscerà il rimando a quello avvenuto tra Claire Danes e Leonardo di Caprio in Romeo+Juliet di Baz Luhrmann. Assenti all'appello Zachary Quinto e Dylan McDermott, finora sempre presenti. 
Dopo un ottimo inizio con Murder House (la casa infestata è certamente un ever green del genere) e l’altissimo livello raggiunto con Asylum (l’ospedale psichiatrico si è dimostrato il luogo ideale per ambientare storie torbide e inquietanti), potrebbe a primo acchito non sembrare molto originale proseguire la serie dedicando una terza stagione alle streghe. L’argomento, infatti, è innegabilmente trito e ritrito (il personaggio di Taissa Farmiga, per esempio, al momento incarna lo stereotipo della strega che uccide i propri partner durante l’amplesso e sembra essere uscito dal recente Nymphs), ma se la Suprema interpretata da Jessica Lange gestisce insieme alla figlia Cordelia (Sarah Paulson) un collegio per ragazze "speciali" e dissotterra Madame LaLurie (interpretata dall'attesissima new entry Kathy Bates), la dama della metà dell'800 famosa per le sue pozioni di sangue e organi umani per ottenere l'immortalità, siamo certi che non ne rimarremo delusi. 
Pronti per la nuova magia di American Horror Story?

martedì 8 ottobre 2013

"The Fosters": una serie accogliente

di Emanuela Andreocci

Bella sorpresa quella avuta con la prima puntata di The Fosters: la serie televisiva creata da Peter Paige e Bradley Bredeweg e trasmessa sul canale ABC Family da giugno 2013 è un teen drama  innovativo che affronta problemi importanti ed attuali in maniera attenta e delicata, senza rinunciare alle caratteristiche proprie del genere cui appartiene. I legami omosessuali, la convivenza di più credo e razze sotto lo stesso tetto, la violenza domestica e il triste destino dei minori lasciati allo sbando sono alcuni dei temi trattati dalla serie, ai quali poi vanno ad aggiungersi dinamiche lavorative e relazioni affettive più classiche e sempreverdi che non fanno mai male e certamente alleggeriscono il prodotto.
Già il titolo è indicativo di un'idea sicuramente efficace: si gioca infatti sul cognome della famiglia, i Foster per l'appunto, e il significato che tale parola ha in inglese. Qualsiasi accezione si scelga (come verbo significa "sostenere", "allevare", come aggettivo "adottivo" e come sostantivo "tutela"), si adatta perfettamente alla famiglia in questione, formata da "due mamme" diverse per carattere e origini (Stef Foster interpretata da Teri Polo e Lena Adams da Sherri Saum) alle prese con il loro lavoro (la prima è una poliziotta, la seconda un'insegnate) e con la loro famiglia allargata: Brandon, il figlio biologico che Stef ha avuto da Mike, Jesus e Mariana, due gemelli adottati e, infine, Callie, appena uscita dal riformatorio, e suo fratello Jude, sottratto alle grinfie di un padre violento. 
Il rapporto tra le due donne, al momento, tende all'assurdo per via dei loro comportamenti "da pubblicità Mulino Bianco" (cosa che in effetti stona con la frenesia della colazione in cucina e gli sguardi di iniziale diffidenza nei confronti dei nuovi arrivati da parte degli altri ragazzi, elementi certamente più verosimili): traboccano di comprensione e amore, dando l'idea di un imperante buonismo che però, nonostante sia assolutamente eccessivo, non stona né con la storia né con i problemi affrontati. 
A casa Foster le incomprensioni si superano con un bacio e si accoglie chiunque a braccia aperte, anche lo spettatore. 

lunedì 7 ottobre 2013

Tanta carne sul fuoco per "Hannibal"!

di Emanuela Andreocci

Ammetto di essere un po' in ritardo con Hannibal: la serie creata da Bryan Fuller per il network NBC è approdata sui nostri schermi domestici il 12 settembre. Chi la sta seguendo potrà certamente confermare, oppure smentire, le mie impressioni sul primo episodio.
Will Graham (interpretato da Hugh Dancy), il talentuoso profiler cui l'FBI ricorre per alcuni casi impossibili, è in bilico tra genio e follia, possiede un'abilità che compromette il suo "stare al mondo" ed il rapporto con il prossimo: non solo ricostruisce le scene del crimine immaginando i delitti avvenuti, ma vede e vive i crimini, li sperimenta in prima persona. Se per intuizione scopre che la serie di omicidi su cui Jack Crawford (Laurence Fishburne) gli ha chiesto di lavorare è opera di un cannibale, per volere del caso si trova a lavorare fianco a fianco proprio con il dottor Hannibal Lecter (Madds Mikkelsen). Lo spettatore capisce subito che qualcosa non va: chi non ha mai visto il film interpretato da Anthony Hopkins? In questo modo la storia è ancora più avvincente e la suspance ancora più efficace: nel momento in cui il pubblico conosce qualcosa di più rispetto ai personaggi è costretto a non abbassare la guardia perché sa che, prima o poi, quel qualcosa succederà e si arriverà ad un punto di svolta. A dir la verità, quella in cui la serie colloca il pubblico è una posizione strana, ambigua: privilegiata per quanto concerne il rapporto e la conoscenza con Lecter, assolutamente marginale nel momento in cui vengono introdotti gli altri personaggi. Lo spettatore nel secondo caso si sente trascurato: rimanendo all'interno del genere psico-thriller, infatti, in qualsiasi pilot che si rispetti i personaggi vengono abitualmente presentati in modo che il pubblico li conosca superficialmente fin da subito, ma abbia allo stesso tempo alcune informazioni che alludano al loro passato, alla loro psicologia e ai legami che li mettono in relazione tra di loro. Insomma, di solito vengono forniti dei piccoli tasselli che aiutano ed invogliano lo spettatore a completare il puzzle. In Hannibal tutto questo non c'è e la storia progredisce omettendo dei passaggi che per chi è seduto davanti la televisione sono fondamentali: come può Graham permettere a Crawford un simile atteggiamento? Chi è la donna che ne vuole preservare la salute? Perchè Lecter può permettersi di andare a trovarlo a casa e di preparargli addirittura la colazione? Che ruolo ha il medico legale? E, a questo punto, che ruolo ha il povero spettatore?
Nel primo episodio si individuano elementi grafici e sonori d'impatto che connotano l'opera fin da subito, evidenziando la ricerca di un "marchio di fabbrica" che possa rendere il prodotto diverso dagli altri e immediatamente riconoscibile: un battito di un cuore in sottofondo,  l'uso costante della soggettiva nelle visioni, flashback e pensieri del protagonista, il rallenty e le sequenze a ritroso per ricostruire, da ciò che si vede, ciò che è stato, la cura del dettaglio e del colore sono sicuramente strumenti vincenti.
Che altro dire? E' sicuramente una serie con tanta carne sul fuoco...!

domenica 6 ottobre 2013

"Sleepy Hollow": convince anche il secondo episodio.

di Emanuela Andreocci

Già nella recensione del primo episodio abbiamo tessuto le lodi di Tom Milson, l'attore che interpreta Ichabod Crane, ma dopo aver visto la seconda puntata è necessario tornare a parlarne: sarà per la sua faccia da bravo ragazzo, per i suoi occhietti furbi e per il suo accento così british, ma protagonista più appropriato certamente non si poteva trovare. Il modo in cui si muove con destrezza nei luoghi che riconosce spiazza, mentre la difficoltà che incontra per aprire un rubinetto o per capire il funzionamento di una lampadina intenerisce; gli si crede ciecamente e non lo si mette mai in discussione nonostante l'assurdità delle sue affermazioni e il modo anacronistico in cui vengono poste.
Divertente e curioso il legame che si instaura con la determinata tenente Mills, la cui situazione continua ad essere quantomeno complicata: i poliziotti che avevano visto il cavaliere senza testa ritrattano la loro testimonianza e il suo superiore Frank Irving (Orlando Jones) da una parte comincia a darle un po' più di libertà di movimento, ma dall'altra cerca di "indirizzarla" verso un comportamento corretto perché non può permettere che nel suo dipartimento si spargano voci assurde che compromettano il suo operato. La poliziotta è quindi in una morsa, incastrata tra quello che prevede il suo ruolo ufficiale e quello invece che la sua coscienza le impone di fare, e si troverà ben presto, più di quanto possa immaginare, a fare i conti con il suo doloroso passato che sembra guadagnare sempre di più terreno.
Il secondo episodio di Sleepy Hollow conferma, quindi, tutti gli ottimi presupposti del pilot: conosciamo un po' di più i personaggi (che, nel frattempo, si conoscono di più anche tra di loro), si aggiungono elementi che vanno a delineare meglio la figura dell'inquietante cavaliere senza testa (compare, infatti, il Diavolo, si scopre che ci sono streghe buone e streghe cattive e che i quattro Cavalieri dell'Apocalisse - Conquista, Guerra, Carestia e Morte - saranno preceduti da altri spiriti malvagi che apriranno loro la strada), si continuano a incastrare sapientemente flashback e visioni e ci si interroga sulla natura e funzione di alcuni personaggi che fanno di nuovo la loro comparsa.  Horror e fantasy, azione e drama vanno a braccetto: quello che sulla carta potrebbe sembrare addirittura "troppo", sullo schermo televisivo dà vita ad immagini avvincenti ed emozionanti, che scorrono piacevolmente e che certamente invogliano a proseguire nella visione. 
Rinnoviamo il monito: attenzione a non perdere la testa...!

sabato 5 ottobre 2013

Serie tv Usa: chi sale e chi scende

Nell'altalena dei palinsesti televisivi Usa, c'è chi sale e chi scende.
Lucky 7, l'adattamento del britannico The syndacate, non ha avuto la stessa fortuna del predecessore: due stagioni per il primo in ordine cronologico, due soli episodi per il secondo. I pessimi ascolti del dramedy incentrato sulla storia di sette dipendenti di una stazione di servizio nel Queens che vincono alla lotteria, ha fatto chiudere i battenti alla serie ben prima del previsto: dal rating di 1,3 già assolutamente scarso della première, si è passati allo 0,7 dell'episodio successivo, numeri che hanno costretto la ABC ad interromperne la messa in onda senza pensarci due volte. Il vuoto sarà colmato dall'emittente con le repliche di Scandal. 
Procede a gonfie vele, invece, Sleepy Hollow: miglior debutto di una serie tv sul canale Fox in autunno dal 2006 con il 3,5 di rating, si è aggiudicata il rinnovo per una seconda stagione composta da 13 episodi. Il network ha annunciato anche la ventiseiesima stagione dei Simpson che, secondo il presidente di Fox Kevin Reilly, "non è solo lo show più lungo della storia della tv, ma anche una delle più grandi sit-com dei nostri tempi".
La fortuna sorride anche a The Blacklist: la serie targata NBC che ha esordito due settimane fa con il 3,6 di rating ha grandi potenzialità: come ha affermato anche il capo di NBC Enterteinment Jennifer Salke "i tanti volti di Red Reddington sembrano affascinare il pubblico [...] Questa serie eccezionale continuerà a fare di NBC una grande destinazione nella serata del lunedì".

venerdì 4 ottobre 2013

"C'è qualche cosa in te"... che non va: l'ingenuità di Enrico Montesano.

Mi dispiace ammetterlo, ma in C'è qualche cosa in te, il nuovo spettacolo di Enrico Montesano in scena dal 3 Ottobre al Teatro Brancaccio di Roma, c'è qualcosa, e anche di più, che non va. 
La storia, di per sè, potrebbe essere carina: Nando, interpretato dal comico romano che certamente non ha bisogno di presentazioni, è il custode di un deposito di costumi e oggetti scenici di un teatro destinato a diventare un centro commerciale. Accanto a lui, un micromondo di personaggi simpatici che di tanto in tanto compaiono e lo mettono in contatto con il mondo reale e attuale: Delia (interpretata da Ylenia Oliviero), una giovane ragazza "impunita" con cui instaura un  rapporto affettuoso, l'avvocato incaricato di seguire il progetto (Michele Enrico Montesano), il ragazzo tuttofare del bar (Marco Valerio, Montesano anche lui), la squadra di operai ed i "vestiti" che prendono forma e vita grazie ad un corpo di ballo composto da una ventina di elementi tra uomini e donne. 
Quello che potrebbe e vorrebbe essere un omaggio alla grande commedia musicale italiana e ai suoi protagonisti e musicisti (grazie anche alle musiche, sia originali che arrangiate, di Renato Serio), si perde nei meandri di una trama spezzettata che troppo spesso ed in maniera troppo prolungata lascia spazio e tempo ai monologhi di Montesano, soprattutto nel primo atto. Si (sor)ride, ovvio, ma ci si distrae dalla linea narrativa, che in questo modo va ad indebolirsi fino a diventare un sostegno appena abbozzato e assolutamente non stabile: mentre le varie imitazioni si inseriscono abbastanza bene all'interno della storia (per lo meno sono giustificate), le battute sull'attualità, la crisi e la politica, per quanto divertenti, diventano inopportune nel contesto in cui sono inserite. Peccato che un attore del calibro di Montesano si sia concesso una simile ingenuità, non decidendo fin dall'inizio il fronte su cui combattere: musical o one man show
Chissà qual è stato il giudizio di Enzo Garinei, presente in sala...

giovedì 3 ottobre 2013

Con "Masters of Sex" va in onda il piacere. Sarà reciproco?

Impresa ardita quella compiuta da John Madden: il regista di Shakespeare in love, infatti, ha portato sullo schermo televisivo Masters of Sex, la serie prodotta da Showtime (in onda sull'omonimo canale dal 29 settembre e presentata ieri sera al Roma) basata sulla biografia del Dottor Williams Masters e della sua assistente Virginia Johnson scritta da Thomas Maier. 
I due personaggi, interpretati rispettivamente da Michael Sheen e Lizzy Caplan, sono realmente esistiti e sono considerati due pionieri della sessualità. Siamo in un fedelmente ricostruito 1956 ed il dottor Masters (il cui cognome si presta evidentemente al gioco di parole del titolo della biografia, lo stesso mantenuto dalla serie) è un ginecologo di fama mondiale che salva le donne donando loro speranza ma allo stesso tempo conduce studi non ufficialmente autorizzati, ai limiti del voyeurismo se non della perversione. Quali sono le reazioni fisiche e chimiche che avvengono nel corpo umano prima, durante e dopo un rapporto sessuale? Vale lo stesso sia per gli uomini che per le donne? C'è un modo per osservare scientificamente nel dettaglio tutto quello che avviene? 
Si parla di scienza e di medicina, è vero, ma l'alone che si portano dietro i due protagonisti, le loro storie familiari e il rapporto con l'amore e con il sesso ha un che di morboso fin dall'inizio, se non sbagliato. In principio si tende a giustificare il fatto che il dottore paghi prostitute per "studiarle mentre lavorano" in modo da registrare dati importanti, si apprezza di meno, ma lo si tollera, il fatto che vengano poi coinvolte altre persone, cavie reclutate volontariamente "per la scienza", ma è certamente insopportabile che, sebbene in forma assolutamente professionale ed apparentemente distaccata, Masters proponga alla sua assistente di sperimentare loro stessi il metodo.
Dopo aver visto il pilot non sembra ci siano aspetti rilevanti che meritino di essere approfonditi dal punto di vista tecnico; la storia, invece, è sicuramente interessante e nuova, bisogna però vedere come evolve: che succederà con l'aumentare degli esperimenti e dei soggetti interessati? 
Con la serie va in onda il piacere, ma sarà reciproco?

"The Michael J. Fox Show": una bella scommessa.

Ritorno in tv come protagonista per Michael J. Fox: l'attore a cui nel 1991 è stato diagnosticato il morbo di parkinson e che dal 2000, a seguito di un aggravamento, è stato costretto a ritirarsi dalle scene e da Spin City, che gli valse tre Golden Globe, interpreta nella nuova serie che porta il suo nome l'anchorman Mike Henry, debilitato dalla sua stessa malattia ma, come lui, pieno di energia e pronto a rientrare al lavoro, grazie anche all'incoraggiamento del suo capo Harris Green (Wendell Pierce).
Presentato ieri sera al RomaFictionFest (in America sul canale NBC sono stati trasmessi i primi due episodi il 26 settembre), il pilot di The Michael J. Fox Show ci mostra sicuramente un prodotto nuovo, su cui però è necessario interrogarsi. Tolto l'impatto iniziale (è bello rivedere il protagonista di Ritorno al Futuro, ma allo stesso tempo è fortemente toccante constatare come la malattia lo abbia cambiato), ci si concentra sulla trama: lavoro e famiglia basteranno a sostenere i 22 episodi di cui è composta la prima stagione? Riusciranno gli autori Sam Laybourne (Cougar Town) e Will Gluck a trovare qualcosa che vada oltre quel mix di stima, rispetto e un po' di pietà che si porta dietro il protagonista Henry? 
In famiglia qualcosa di diverso l'abbiamo già visto. Ha una moglie (interpretata da Betsy Brandt), tre figli e una sorella che, superato evidentemente il dolore e il trauma iniziale (sappiamo che sono passati cinque anni da quando ha lasciato il lavoro), lo incoraggiano ad uscire e a lasciare le mura domestiche: la continua e forzata convivenza è diventata, a dir loro, un tantino pesante.
Il progetto è una bella scommessa, ma deve essere portato avanti in modo intelligente affinché il pubblico possa affezionarsi a Mike Henry senza vedervi dietro sempre e solo Michael J. Fox. 

mercoledì 2 ottobre 2013

"Rush" non si vede, si vive.

Quando si esce da una proiezione con gli occhi lucidi, i brividi sulla schiena e l'adrenalina ancora in circolo, significa non solo che il film è pienamente riuscito, ma che si è di fronte  ad un capolavoro. Con Rush non è possibile utilizzare un termine diverso: il film di Ron Howard (premio Oscar per il toccante A Beautiful Mind) è un concentrato di tutto quello che ogni spettatore cerca andando al cinema, ed è proprio al cinema che merita di essere visto grazie alla fotografia prestigiosa e dettagliata di Anthony Dod Mantle (anche lui premio Oscar con The millionaire) che rende ogni particolare, dalle foglie a bordo pista alla pioggia che scende scrosciante, un'opera d'arte. 
La leggendaria rivalità tra i due piloti di Formula1 Niki Lauda (interpretato da Daniel Brühl) e James Hunt (Chris Hemsworth) ormai fa parte della storia e non è necessario soffermarsi sul gravissimo incidente che coinvolse il pilota austriaco portandolo ad un passo dalla morte e che gli lasciò il volto sfigurato. È necessario invece riflettere sul modo in cui tutto viene narrato: incontro dopo incontro, gara dopo gara, la sapiente regia di Ron Howard ci introduce sempre di più nella realtà e nel pensiero dei protagonisti, ci porta per mano a conoscere il loro modo di intendere sia la vita che la morte. Hunt corre per sentirsi vivo, Lauda perché non sa fare altro, il primo è  bello come un dio (non a caso l’attore che lo interpreta è lo stesso di Thor), un buon comunicatore, un viveur che sa come godersi la vita ma non i valori più importanti che la contraddistinguono, il secondo è un ragazzo normale (anche se viene definito “un topo” dal suo avversario), integerrimo, disciplinato ma allo stesso tempo borioso e sprezzante di tutto e tutti e quindi impopolare (o popolarmente antipatico). Sullo schermo viene quindi raccontata in maniera avvincente e toccante non solo la storia di due campioni, ma quella di due uomini e delle loro vite, così contrastanti eppure destinate a incontrarsi, scontrarsi e confrontarsi incessantemente, in pista e fuori.
Ciliegina sulla torta: la somiglianza fisica tra gli attori scelti per la parte ed i piloti che interpretano va al di là di ogni aspettativa.
Rush è un concentrato di emozioni, un film non da vedere ma da vivere.